domenica 5 marzo 2017

Don Delillo, Zero K

   Il mondo futuristico di Don Delillo implode con la sua calma energia nel suo ultimo romanzo, “Zero K”. Il nome si riferisce ad un'unità speciale localizzata in un punto indeterminato, un non-luogo esistente, in cui si ritrova il protagonista Jeffrey. 
    Schermi che rappresentano l'unico contatto visivo con la realtà esterna, manichini come corpi scarnificati, corridoi lunghi e porte senza maniglia, un giardino chiuso e artificiale: un microcosmo fantascientifico, che spaventa per la sua possibilità di essere sempre meno "fanta" e sempre più "scientifico". Qui le persone vengono a far congelare il propro corpo, in attesa di risvegliarsi in un tempo futuro, quando la ricerca porterà a soluzioni certe per i loro problemi di salute, come nel caso di Artis, la compagna del padre di Jeffrey, Ross.
   "Chi sarò al mio risveglio?" Si chiede Artis. La prima parte del romanzo, densa, complessa, immobile, è marchiata da brevi ma intensi dialoghi tra i tre personaggi principali.

"- L’elemento fondamentale della vita è il fatto che essa ha una fine.    
- La natura ci vuole sterminare per tornare alla sua forma intatta e incontaminata. 
- A cosa serviamo se viviamo per sempre?"
    "Zero K" è l'unità che “si basa sulla volontà del soggetto di essere sottoposto a un certo tipo di transizione per passare al livello successivo”, una definizione che, afferma il narratore-protagonista, “serviva solo a fare scena”. Quando si torna a New York, nella terza e ultima parte del romanzo, la presenza di quel non luogo e degli effetti che ha avuto sulle vite di Jeffrey e padre è ancora forte.
   Cosa ne è veramente di Artis? 
   Nel frattempo a New York si torna alla vita di tutti i giorni, prima di un nuovo ritorno...

"L’unica cosa che non è effimera sono le opere d’arte. Non sono fatte per il pubblico. Ma semplicemente per stare qui. Sono qui, fisse, fanno parte delle fondamenta, scolpite nella pietra." 
   Senza dubbio una lettura difficile, soprattutto nel primo centinaio di pagine: l'immersione in quell'ambientazione spaventosamente irreale ma del tutto, e quindi ancora più spaventosamente, possibile, richiede tempo. Don Delillo calibra sempre con molta precisione le parole adoperate e addensa il linguaggio di tematiche profonde, che ruotano intorno ai principali misteri della vita, quali la morte, in primo luogo, e l'esistenza umana. Cosa siamo? Siamo solo parole? Esistiamo perché esistono parole utili a rappresentarci?
   La seconda e brevissima parte del romanzo, l'intermezzo tra il primo e l'ultimo viaggio a Zero K, ha per protagonista Artis, personaggio marginale ma con un ruolo preponderante. Ormai priva del suo corpo, profondamente Artis o forse non più Artis, si interroga sulla sua esistenza, ridotta a solo pensiero.

"Pensate alla parola inglese alone. Dall’inglese medio. All one, tutto uno. Buttate via la persona. La persona è la maschera, il personaggio inventato in questa miscellanea di rappresentazioni sceniche che costituiscono la vostra esistenza. La maschera cade e la persona diventa quello che siete nel senso più vero. Tutto uno. L’io. Cos’è l’io? Tutto quello che siamo, senza gli altri, senza amici, estranei, amanti, bambini, strade da percorrere, cose da mangiare, specchi dove guardarsi. Ma si è davvero qualcuno senza gli altri?"
   Intenso, denso, ricco, Don Delillo torna a sorprendere con un libro davvero difficile, perché ci obbliga a riflettere senza porre precise domande. Catapultati in una realtà che oscilla sempre tra l'irreale e il totalmente reale, il cui confine è ormai labile, ci sentiamo disorientati nel vivere quelle pagine. Eppure, un libro che sono contenta di aver letto.

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