martedì 24 gennaio 2017

John Williams, Stoner


Ristampare per riscoprire un capolavoro

   “Stoner”: da “stone”, pietra. Titolo del romanzo e cognome del protagonista. Nome che si fa libro e che, come una pietra, sembra affermarsi con decisione. A differenza del peso del nome, Stoner cammina lento tracciando il suo sentiero con delicatezza e il libro, se non fosse stato ristampato nel 2003, sarebbe stato sopraffatto dal tempo, relegato alla sua prima edizione, del 1965. Il silenzio che lo stava avvolgendo si è poi d’improvviso dissolto, tanto da essere tradotto anche in Italia, dove ha avuto un esito sorprendente. 
   Un libro tornato dal passato, un libro che aveva ancora molto da dire, un libro che doveva incontrare ancora altri lettori. E per fortuna, ha incontrato anche me. 
   John Williams, autore del romanzo, descrive l’intero arco della vita del personaggio William Stoner, a cui lo si può associare non solo per il richiamo nel nome, ma anche per caratteristiche biografiche comuni, come le umili origini (sia Stoner che Williams nascono in una famiglia di contadini) e la carriera (entrambi professori universitari).  Seguendo un ordine lineare e senza stravolgere le convenzioni letterarie, la mano dello scrittore procede lenta ma incisiva sugli episodi principali che ci permettono di conoscere questo protagonista dedito al sacrificio e al lavoro, che abbandona quello manuale e fisico per rifugiarsi nell’università, cambiando il corso di studi dall’indirizzo di agraria a quello di letteratura.
  Cosa è accaduto? Le parole del professor Archer Sloane, una sensibilità particolare e… l’illuminazione. Un cambio di rotta che appare quasi naturale, come tutti i lievi cambiamenti che lo interesseranno, mai drastici. Quella che doveva essere una parentesi utile per il suo futuro nell’agricoltura, diventa un rifugio permanente, sulla cui natura si interroga David Masters, uno dei due amici conosciuti durante i primi anni di studio.  Secondo Masters, per Stoner l’università è  
“un grande deposito, come una biblioteca o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come le api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello. Sono appena dietro l’angolo, nel corridoio accanto; sono nel prossimo libro, quello che non hai ancora letto, o nello scaffale più in alto, dove non sei ancora arrivato. Ma un giorno ci arriverai.”  
   Ma si sbaglia. Procede Masters, rivelando la sua idea di università: “una casa di riposo, per vecchi e malati, per gli infelici, o gli inetti di ogni genere” e conclude impersonificando l’edificio con i soggetti: “noi siamo l’università”, lontani dal mondo reale, forse infami, ma perlomeno soddisfatti di dire quello che vogliono ed essere pagati per questo. 
   Con il passaggio alla vita universitaria, che non abbandonerà più, William diventa Stoner. E mentre prosegue gli studi con successo, la realtà lì fuori vede lo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Sebbene alcuni studenti partano volontari, tra cui anche l’amico Dave, Stoner rimarrà nel suo rifugio. Con l’abbandono dei campi, ha abbandonato l’azione.  “Stoner” non è un romanzo d’azione, ma racconta comunque fatti. Non è un romanzo psicologico, ma il lettore sente vicino il mondo interno del protagonista. Non è un romanzo sentimentale, ma  sentimenti ed emozioni ti coinvolgono. Come l’amore. E il fallimento. Il matrimonio. La paternità. Fatti ed emozioni si intrecciano.  
   La moglie Edith coltiva il desiderio di visitare l’Europa, vivendo l’impossibilità di realizzare il viaggio progettato prima del matrimonio come un’amputazione della sua libertà che perseguita la loro stabilità. Il sogno americano, ormai in declino, è stato soppiantato da un sentimento identico ma contrario: l’Europa, non più l’America, come meta d’arte e felicità, un sogno ormai “europeo” che ritroviamo in altri romanzi di letteratura americana come “Revolutionary Road”. 
   Dopo il matrimonio, Stoner diventa anche Willy, come lo chiama la moglie, scindendosi in un ruolo che cerca di interpretare al meglio, anche se, ben presto, si rende conto da solo del fallimento rappresentato dalla sua vita coniugale. Lo studio, però, è il balsamo per qualsiasi delusione, il mezzo che gli conferisce la sua identità, che lo fa essere completamente ciò che è: Stoner.
"Mentre sistemava la stanza, che lentamente cominciava a prendere forma, si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere ad un luogo, ma che in realtàrappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio."
   L’università, quel rifugio in cui si sente protetto e che tenta a sua volta di proteggere dall’intrusione del mondo esterno, dell’irrealtà, lo vede affermarsi come dottorando prima e professore poi, con un’amore per quello che fa che cresce lentamente, diventando sempre meno passivo e monotono. Stoner è così: un uomo che raggiunge risultati eccellenti, ma senza pretese. Un uomo che non punta in alto, ma procede. Un uomo che si scopre. 
   Il tentativo di proteggere l’università da rappresentanti del mondo esterno, come lo studente Walker, gli procurerà non pochi problemi nella sua carriera, arrivando a scontrarsi con l’antagonista Lomax. Il "ricordo della fame, degli stenti, della sopportazione e del dolore" rimane vivo sulla carne di Stoner, che, grazie al contatto diretto che ha avuto con la terra, conosce bene il mondo esterno. Ed è proprio questa conoscenza diretta ed il ricordo vivo che si porta dentro a dargli la spinta per difendere quel mondo in cui si sente se stesso e in cui fame, stenti, sopportazione e dolore possono essere curati.
   Per capire Stoner e le sue scelte non è difficile: sebbene la sua inettitudine appaia chiara da un punto di vista esterno, dall'ottica interna egli si rileva con tutta la sua determinazione, in cui anche le sue "non scelte" diventano esempio di azione. La rinuncia all'amore, ad esempio, non cercato ma finalmente vissuto, che si incarna nel personaggio di Katherine Driscoll, diventa inevitabile se percepito dagli occhi del protagonista: proseguire significherebbe "diventare altro", qualcosa di diverso da loro; sua priorità, invece, nonostante sofferenze, delusioni, critiche e incomprensioni, è essere pienamente ed essenzialmente se stesso. Questa la sua forza, che lo rende grande e immenso.
"La persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e che l’amore non è un fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra." 
   Un libro assolutamente da leggere, che racchiude nelle vicende insignificanti di una vita umana i segreti e il significato dell'esistenza stessa.

Nessun commento:

Posta un commento