giovedì 15 dicembre 2016

Marcela Serrano, L'albergo delle donne tristi

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   Marcela Serrano, una delle principali firme della narrativa sudamericana, concentra due elementi a lei cari, Cile e donne, nel romanzo “L’albergo delle donne tristi”.

   Floriana, la protagonista, giunge in un albergo di cui nulla sa il lettore, se non quello che suggerisce il titolo stesso, per una permanenza di tre mesi. Il racconto nasce e si conclude con il suo soggiorno in quel posticino discreto, dove – pian piano si apprende – vivono donne che si portano dentro la tristezza spesso legata alla sofferenza d’amore. È Elena la proprietaria dell’albergo, bella, tenace e imbattibile, una donna che, come tante, ha conosciuto il lato doloroso dell’amore, perché quest’ultimo non fa sconti a nessuno. 
   I discorsi delle ospiti riempiono le mura creando un’atmosfera complice e familiare. Discorsi sulle differenze tra uomo e donna, sul matrimonio, sulle proprie esperienze personali, sui diversi modi di amare, sulla castità, sulle scelte di vita, sul sesso: un crogiolo di parole che aiuta Floriana a riflettere.
   Non solo tristezza causata da una storia d’amore, a portare Floriana nell’albergo è stato anche il dolore implacabile di un lutto, come apprendiamo nella seconda delle tre parti di cui è composto il libro: una lettera scritta dalla sorella Fernandina alla proprietaria dell’albergo, unica testimonianza più diretta di un mondo interiore che Floriana nasconde tra maglie di eccessiva modestia e insicurezza.
   Il nome della protagonista e quello di due sue sorelle deriva dalle isole delle Gualápagos (Floreana, Isabela e Fernandina); solo la più piccola, di nome Dulce, “si è salvata” – come afferma Floreana – ma non fino in fondo… 
   L’attaccamento alla propria terra, evidente nell’identificazione del nome con l’isola, ne denota già il carattere: una natura solitaria, protetta dal contatto con gli altriRifugiarsi in un’altra isola, quella di Chiloé, dove si trova l’albergo, non si rivela una protezione abbastanza solida dai sentimenti: questi tormentano e nascono al di là dello spazio e del tempo. L’incontro con il dottore, Flavián, non potrà far altro che smuoverla dalle sue continue rinunce. La vita è un soffio, che cosa rimarrà di me su questa terra? , si chiede Florena.
   Dopo un inizio lento, cauto e guardingo, il racconto procede lungo una linea ben precisa, dove dialoghi piacevoli e discussioni su cambiamenti e società infarciscono la lettura d’interesse. Sebbene la tematica dell’emancipazione delle donne (occidentali) nella relazione con l’altro sesso possa risultare un po’ banale ai nostri giorni, è giusto tenere a mente che “L’albergo delle donne tristi” è stato scritto ed è ambientato negli anni Novanta, per cui si sente ancora forte l’inno dell’esaltazione della donna, tanto nella sua forza quanto nella sua fragilità.
"Si scrive sempre di qualcosa che è rimasto irrisolto, o delle proprie carenze; non conosco uno scrittore che ami parlare delle sue certezze."

venerdì 9 dicembre 2016

Patrick Ness, Sette minuti dopo la mezzanotte

   Ve lo ricordate cosa significa leggere un libro per ragazzi? Io l’ho riscoperto con “Sette minuti dopo la mezzanotte”, un piccolo gioiellino che mi ha regalato l’emozione di risentirmi più piccola.
   Non è un libro che ti fa sognare, meglio dirlo da subito, non è un libro che tratta di desideri diventati realtà, al contrario: protagonista è un ragazzino solo, la cui madre è molto malata, e quasi ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, riceve delle visite inaspettate: quelle di un mostro! Il vecchio olmo del suo giardino prende vita e lo tormenta, raccontandogli delle storie minacciose. Al mattino, tutto sembra essere stato solo un incubo, ma le tracce della presenza del mostro sono evidenti…
  Patrick Ness, riprendendo e rielaborando il racconto iniziato dall’autrice Siobhan Dowd, affronta tematiche care al mondo adolescenziale: il rapporto con i compagni di scuola, la famiglia, l’amicizia e, in particolare, il dolore. Le storie nella storia offrono un valore aggiunto al significato complessivo del romanzo, culminando nel racconto finale, che svela la verità e, quindi, il motivo della presenza di quel mostro.
  Il tema del doppio, rappresentato dal ragazzo e dal mostro stesso, si fonde in un unico personaggio, diventando espressione simbolica di un dilemma del tutto individuale.
 Sicuramente un libro triste, che aiuta i ragazzi, però, a fronteggiare gli ostacoli e a comprendere che la vita non è solo rose e fiori; un libro che non illude, ma comunque incoraggia e offre conforto. 
   Un piccolo rifugio per chi ama la realtà, più che il sogno.


Una delle illustrazioni di Jim Kay, contenute nel libro

domenica 4 dicembre 2016

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5

   Seconda guerra mondiale, attentato a Dresda: la testimonianza di un soldato in chiave post-moderna. Kurt Vonnegut, autore di opere di fantascienza, non poteva che riconfermare il suo stile “circense” anche per un romanzo dall’impronta storica come “Mattatoio n. 5”. Un libro che è emblema della metabolizzazione di un dolore inguaribile; una scrittura che è processo di esorcizzazione più che di testimonianza: dopo anni e anni di pensiero, ripensamenti e lavoro, nasce finalmente il suo attesissimo libro sull'esperienza della guerra.
   Se l’avete già letto e l’avete trovato caotico, nulla di strano. Se non lo avete ancora letto, sappiate che è caotico. Come poteva essere altrimenti? Nelle prime pagine, Vonnegut ci rivela:
È così breve, confuso, stonato [il libro] perché non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere. Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli.   E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c’è da dire su un massacro, cose come “Piuu-tii-uiit?”.
   La frase finale, a proposito del canto degli uccelli, sarà la frase di chiusura del libro, come preannuncia l’autore, utilizzando un espediente già sperimentato da Brautigan nel suo “Trout fishing in America” – opera postmoderna per eccellenza – in cui si prevedeva che il romanzo sarebbe finito con una parola inappropriata al contesto, “mayonese”, scritta tra l’altro in modo errato, ma che sintetizzava la natura bizzarra del libro stesso. Non a caso, a mio parere, in “Mattatoio n. 5” compare uno scrittore di fantascienza a cui Vonnegut dà il nome di Kilgore Trout, riprendendo “Trout” dal titolo di Brautigan.
   Dopo un primo inizio in cui l’autore racconta l’origine del romanzo, abbiamo un secondo inizio, quello della storia di Billy Pilgrim. Il cognome non mente: Billy è un pellegrino (dall’inglese “pilgrim” appunto) che viaggia nel tempo, tra i ricordi passati e futuri, ma anche in spazi extraterrestri, per combattere il suo vero nemico: il tempo.
   Si tratta di un libro giocoso, dove la profonda tragedia raccontata viene sdrammatizzata per spirito di sopravvivenza: come poter amare ancora la vita altrimenti? Il dolore lo si spezza con l’ironia, e la ripetizione della frase di rassegnazione “Così va la vita”, annunciata per ogni catastrofe individuale e collettiva raccontata, ne è un chiaro esempio.
   L’opera è un mattatoio di pensieri e aneddoti che culminano nel rifugio di diversi soldati americani a Dresda, precisamente in un vecchio mattatoio ormai deserto, che ha come numero civico “5”. Questo è il loro punto di riferimento in quella grande città sconosciuta, così come il succo della guerra: un mattatoio.
   Per quanto non lineare e fantascientifico, mi sono incantata di fronte a sprazzi di metanarrativa e pura triste poesia nascosta tra le righe ironiche e falsamente leggere che, nella confusione dei contenuti, sembrano voler rimettere insieme i pezzi di un brutto sogno raccontato al mattino.

“Saresti disposto a parlare della guerra, adesso, se io te lo chiedessi?””Sarebbe come parlare di un sogno. Di solito i sogni degli altri non sono molto interessanti.”