sabato 30 luglio 2016

Luigi Pirandello, L'esclusa

"L'Esclusa": un umoristico verismo relativo

   Più di un anno è passato dal giorno in cui comprai questo romanzo, ma il periodo perfetto per leggerlo non poteva che essere questo. Primo romanzo di Pirandello, scritto nel 1893, a ventisei anni, ma pubblicato nel 1901, "L'esclusa" è il libro che apre il sipario alla successiva produzione pirandelliana, in cui le ricorrenti tematiche si iniziano timidamente a dispiegare.

   Apparentemente, lo scrittore siciliano sembra ripercorrere le orme di Luigi Capuana, da lui conosciuto e stimato, e, perché no, dell'intera ideologia dell'ostrica, tanto cara a Giovanni Verga. La vicenda, di fatti, ruota intorno al personaggio di Marta Ayala e alla sua inevitabile fine dovuta alla condanna sociale per un suo (irreale) tradimento al marito Rocco Pentàgora. Dopo il ripudio ricevuto da parte di questi, si sussegue una sventura dopo l'altra a preannunciare la fine di Marta, esclusa dalla società e senza possibilità di redenzione. Eppure, l'animo combattivo della giovane fa sì che lei, consapevole della sua innocenza, trovi la forza di cercare da sé il suo nuovo ruolo nella società, quello di una donna che si apre la strada verso l'indipendenza di un lavoro per mantenere la madre e la sorella Maria. Quando l'ostrica, però, si stacca dallo scoglio, soccombe in un ambiente che non le è naturale.
   Nonostante un velato verismo di partenza, Pirandello già impregna il suo romanzo di una critica soffusa, critica che nel suo caso può essere sintetizzata dalla parola "umorismo". Eh già, perché è umoristica la condanna inflitta a Marta così come è umoristica la finta oggettività dei fatti descritti: di "oggettivo" c'è ben poco, dato che tutto ruota intorno al sospetto e al pregiudizio della famiglia dei Pentàgora, secondo cui gli uomini con questo cognome sono destinati "per natura" a portare le corna. Il relativismo emerge e si aggira intorno ad un fatto mai realmente accaduto, un fatto (quello del presunto tradimento) che divide due famiglie: quella del marito Rocco - l'universo maschile da cui le donne sono allontanate, costituito da lui, dal padre e dal fratello - e quella di Marta - l'universo femminile, rappresentato anche dalla sorella Maria e dalla loro madre.
   La società si delinea come un insieme di ruoli interpretati dai vari personaggi, in cui già si ravvisano le maschere pirandelliane, indossate consapevolmente o affibbiate ad altri. Quella dell'esclusa, ad esempio, è una maschera addotta a Marta e di cui lei impara a farsi beffa, indossandola non con vergogna e passività, ma con forza e voglia di rinascita, anche se non mancano le sofferenze celate. D'altronde, già il suo nome porta con sé l'immagine di una distorsione: non "Maria", nome biblico per eccellenza, ma "Marta", dove la consonante fa scricchiolare la purezza che dovrebbe evocare.
    Tanto centrale la figura di Marta che, nella prima versione, il suo nome dava il titolo all'intero romanzo: "Marta Ayala"; ma perché chiamarlo così, quando l'identità della protagonista non è data più dal suo nome e cognome quanto dal suo ruolo, dalla sua maschera appunto? "L'esclusa" doveva essere il titolo.
   Pirandello si concentra sui ruoli femminili che nella società sono più soggetti alle debolezze, alle accuse e alle autorità maschili, che raggiungono il loro culmine quando tale autorità viene oltraggiata, e non c'è maggior oltraggio se non l'adulterio. La fine di Marta, che si fa spazio tra solitudine e oppressione sociale in un mondo maggiormente maschile, sembra procedere sulla scia delle donne che, come lei e prima di lei hanno subito, a ragione o a torto, la stessa accusa. In quest'ottica è da vedere il personaggio della suocera, anch'ella allontanata dal nucleo familiare, anch'ella esclusa dalla società: proiezione e scissione della stessa Marta. Della prima, però, conosciamo la fine; nel caso di Marta, invece, viene solo preannunciata tramite la passata esperienza, lasciando un finale pressoché aperto, che non esclude la possibilità di un cambiamento.
   A farsi possibilità di cambiamento e a rappresentare la speranza della protagonista è l'istruzione: diventare maestra e insegnare a coloro che saranno le future donne e le future possibili escluse significa non solo riscattarsi socialmente, ma anche e soprattutto farsi portatrice di nuove idee, di un nuovo modo di vivere ed evitare tale esclusione. Il mondo della scuola di fine Ottocento - ahimè - non appare poi tanto diverso in fin dei conti da quello che è tuttora.
   Ritengo ridondante rimarcare il significato delle tre parole chiave utilizzate nel titolo, "umorismo - verismo - relativismo", sperando che di ogni parola sia riuscita a spiegare il suo peso all'interno del romanzo, un romanzo che non posso far altro che consigliare.

giovedì 21 luglio 2016

G. G. Márquez, Memoria delle mie puttane tristi

Ultimo romanzo del Premio Nobel Gabriel García Márquez, "Memoria delle mie puttane tristi" segna la fine della sua produzione. Dopo una pausa di pubblicazione di quasi dieci anni, durante i quali l'autore ha combattuto la sua battaglia contro il cancro, lo scrittore si riaffacciò sullo scenario letterario, prima di scomparire, con questo romanzo breve che nulla e tutto ha a che vedere con gli scritti precedenti. Nulla, perché il realismo magico che l'ha reso celebre in tutto il mondo, protagonista di capolavori come "Cent'anni di solitudine" è qui accantonato in favore di uno stile che ricorda più "Nessuno scrive al colonnello" (testimonianza ne è anche la lunghezza del testo: poco più di cento pagine); tutto, perché è il punto finale di un paragrafo apertosi decenni prima, evoluto tra ricerca e innovazione stilistica e tematica. 
Nonostante il titolo, evocatore bukowskiano, il testo si rivela intriso di un realismo affatto crudo, ma levigato da ricordi vissuti da una nuova prospettiva, quasi nostalgica, di un uomo che, al tramonto della sua vita, ripercorre il passato e impara a vivere le emozioni del presente in modo diverso. 
Il racconto è quello di un uomo, il quale, giunto a novant'anni, decide di regalarsi una notte di sesso con una donna vergine. Non essendosi mai innamorato e riducendo i suoi ricordi amorosi a rapporti sessuali con abituali o casuali prostitute, è emblematico che la sua notte folle si riduca all'osservazione di una ragazza di quattordici anni, che giace nel letto, nuda e che non ha il coraggio di svegliare. La ragazza in questione, che lui rinomina Delgadina (dallo spagnolo "delgada" che significa "magra") non conoscendone la vera identità, diventerà ben presto l'oggetto di nuove scoperte interiori: la possibilità di ripercorrere episodi del suo passato e quella di trasformare il reale. Come un donchisciotte con la sua Dulcinea, egli idealizza l'immagine di questa donna, che gli permette di conoscere un sentimento a lui ignoto, un sentimento basato su idea, più che su carne, su sogno, più che su veglia. 
Il tempo, tema tanto caro all'autore colombiano, diventa pilastro dell'intera vicenda, e al realismo delle descrizioni si affianca la fantasia del protagonista, che crea una realtà inesistente, sin dal nome che dà a Delgadina, simbolo della creazione di una donna, di un amore. Delgadina rappresenta il sentimento, l'immaginazione, la purezza, l'espiazione. Ritrovandosi, di notte, a pensarla, l'anziano riflette sull'importanza dell'immaginazione, usando le seguenti parole, che traduco liberamente dal mio testo in spagnolo:
"Così come i fatti reali si dimenticano, quelli che non accaddero mai possono trovarsi nella memoria, come se lo fossero stati".
Il protagonista è un giornalista che si occupa di critica musicale, ma l'incontro con Delgadina corrisponde alla sua svolta artistica: dopo le dimissioni, non accettate, e la perdita delle tracce della "vergine prostituta", in seguito ad un omicidio avvenuto nella casa degli incontri, lui si dedica alla pubblicazione di poesie d'amore, sentimento solo ora conosciuto.
Ammetto che la trama non mi ha coinvolta più di tanto, ma questo è uno dei libri di Márquez che mancava all'appello e che aiuta ad avere ancora più chiaro il panorama evolutivo letterario dello scrittore. Lo stile è impeccabile e conoscere la lingua spagnola permette di avere accesso in maniera diretta a tanta bellezza.

lunedì 18 luglio 2016

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia

222 pagine divise in sette capitoli con intermezzi di storie. Primo romanzo di Baricco, uno schizzo di locomotiva sulla copertina, simbolo di movimento che diventarà staticità. Linguaggio secco, neologismi, punteggiatura rinnovata e fantasia intrisa di realtà. Con questo romanzo, Baricco si presentava allo scenario letterario italiano nel 1991.

Entriamo nello specifico.


Di che parla? 
Le storie che si intervallano sono essenzialmente due, quella del signor Rail, eterno viaggiatore che torna sempre al luogo di partenza dove l'attende la paziente moglie, e quella di Pekisch, uomo che vive di note; due storie principali che risultano ben presto indivisibili dalla ragnatela delle vite intrecciate degli abitanti di Quinnipak.
A Quinnipak c'è la signora Rail, Jun, che attende i ritorni del marito, sempre annunciati dall'invio di un regalo: una scatoletta contenente lo stesso gioiello, che con lui viaggia e da lei sempre torna. C'è Pehnt, un bambino che suona con Pekisch e grazie a lui impara a conoscere il mondo, di cui appunta ogni scoperta: nomi numerati e catalogati, perché la realtà fa meno paura quando tentiamo di ordinarla. E ancora, la signora Abegg "sposata per tre anni con un libro" e la locomotiva Elizabeth, che giace immobile in attesa che il progetto della costruzione di una ferrovia venga portato a termine. Dove conduca non è poi importante, basta solo regalare agli abitanti di Quinnipak, e a chiunque sia lì di passaggio, l'illusione del continuo movimento, la possibilità di poter andare. 
A Quinnipak c'è anche Hector Horeau, uomo di veridicità storica, la cui proposta per la costruzione del Crystal Palace fu tenuta in considerazione e poi accantonata.
Ma soprattutto, a Quinnipak, c'è l'umanofono. Un organo realizzato da note prodotte ognuna da un essere umano. Ogni persona ha la sua nota e a dirigere l'intero strumento è Pekisch, l'unico che, data l'enorme quantità di musica che ha in testa, non riesce ancora a scovare la sua. A Quinnipak, c'è un insieme di note, ogni abitante ha la sua, ed insieme fanno la realtà a se stante, un po' confusa, misteriosa e interessante, che è la vita del romanzo.


Stile e riferimenti letterari
Nel calderone dei riferimenti letterari troneggia l'uso postmoderno della punteggiatura, talvolta assente, sostituita da semplici spazi, altre volte non comune, come l'uso della barra /. Il seguente passaggio è un esempio di congiunzione che definirei "ridondante e anaforica", con una virgola e una "e" che allungano le pause:
"Per terra, la terra è secca, e bruna, e dura. Se l'è bevuta il sole, per ore, cancellando una notte di acqua, e lampi, e boati. Finissero nel nulla, così, anche le paure."
Le citazioni in tedesco che aprono alcuni capitoli provengono dallo scrittore Rilke e l'autore, non curandosi di apportarne una traduzione, riprende quell'interesse che era anche di T.S. Eliot di inserire un testo in lingua straniera senza ridurlo in netto significato, ma lasciandolo al non detto.
Per gli amanti della letteratura spagnola, facile riconoscere nella morte di Andersson quella di Don Giovanni (o meglio, Don Juan Tenorio), dove la riduzione delle parole nella prosa che si fa versi crea visivamente la graduale assenza di caratteri e, quindi, di vita. Lo stile si fa asciutto in brevi pagine, cosparse qua e là di righe, o si riempie di lettere tra Pekisch e Pehnt, all'insegna della varietà stilistica.


Citazioni dal libro
Sprazzi di testo, tratti dal romanzo, che ho sottolineato durante la lettura.


"Perché è così che ti frega la vita. Ti piglia quando hai ancora l'anima addormentata e ti semina dentro un'immagine, o un odore, o un suono che poi non te lo togli più. E quella lì era la felicità. Lo scopri dopo, quand'è troppo tardi. E già sei, per sempre, un esule: a migliaia di chilometri da quell'immagine, dal quel suono, da quell'odore. Alla deriva."


"Sui treni, per salvarsi, leggevano.Linimento perfetto. La fissa esattezza della scrittura come sutura di un terrore. L'occhio che trova nei minuscoli tornanti dettati dalle righe la nitida scorciatoia per sfuggire all'indistinto flusso di immagini imposto dal finestrino.  [...] La velocità del treno e la fissità del libro illuminato. L'eternamente cangiante multiformità del mondo intorno e l'impietrito microcosmo di un occhio che legge. Como un nòcciolo di silenzio nel cuore di un boato." 


Cosa ne penso
Non sono d'accordo. 
Non sono d'accordo nell'affermare che "Baricco o lo si ama o lo si odia". 
Non sono d'accordo nel definire "Castelli di rabbia" un libro senza trama. 
Non sono d'accordo sull'evidenza della difficoltà di lettura del romanzo in questione.
Non condivido la concezione aut aut della scrittura di Baricco, dal momento che nella sua produzione ci sono libri che ho apprezzato molto (come Novecento) e altri che non mi hanno colpito (vedi Seta); non si può aprire un suo romanzo dando per scontato che ci piacerà o meno, solo perché "generalmente" ci piace o meno. Vero è che lo stile di Baricco, essendo un insieme congeniale di sperimentazioni del passato, divenute ormai quasi "tradizionali", riviste in chiave "post-moderna", non è evoluto poi molto dal 1991, anno di pubblicazione del suo primo romanzo ("Castelli di rabbia" appunto), ma si è andato consolidando; quindi aprendo un suo nuovo libro di certo non ci si aspetterà uno stile "manzoniano".
"Castelli di rabbia" non è un libro innovatore di per sé, perché riprende tanto da quello che già c'è, ma nel panorama italiano riesce a farsi spazio, a rappresentare un'alternativa. Tutto ciò che non si capisce del libro, tutto ciò che rimane incerto, è il risultato della rabbia stessa che compare nel titolo, non sabbia, ma sogni che cercano di essere portati avanti comunque, nonostante l'impossibilità di poter mai capire del tutto.
Piaciuto.