sabato 25 giugno 2016

Michele Serra, Gli sdraiati

108 pagine che riassumono la distanza generazionale tra padre e figlio: uno spaccato dell'incomunicabilità e dell'incomprensione di un adulto-quasi-vecchio, che ama osservare la luna e passeggiare a contatto con la natura, e un adolescente-quasi-adulto, assente dalla realtà circostante ma costantemente iperconnesso con il mondo virtuale.
   "Sdraiati" è l'ultimo libro pubblicato da Michele Serra, nel 2013, il racconto di un cambiamento sociale "mai visto prima" dagli occhi di un padre, cambiamento che lo porta a riflettere sull'estraneità dei nuovi individui e a interrogarsi sul comune futuro. Siamo destinati a diventare il Grande Fratello di noi stessi? si chiede il narratore, senza poter abbozzare una risposta certa, ma esprimendo preoccupazioni per l'avvenire e un pizzico di nostalgia per il passato.
   I brevi capitoli, focalizzati su episodi di vita quotidiana (dal colloquio con i professori, dove madri assorte dalle loro occupazioni assolvono figli svogliati per giustificare il poco impegno con ipotetici problemi di concentrazione, alle file interminabili per entrare in un negozio di felpe, con commessi americanizzati, dai nomi a due sillabe, come Paffy, Nelly e Spikko), sono intervallati dalle richieste, anzi quasi suppliche e talvolta minacce, che il narratore rivolge al figlio, invitandolo ad una passeggiata in montagna insieme. Già, perché è davvero difficile riuscire a condividere delle attività che non siano i giri di shopping, in cui il ruolo di padre si riduce a quello di finanziatore.
   Esagerato, a mio avviso, il distacco generazionale descritto, perché sebbene le evidenti differenze dei giovani di oggi rispetto al passato e nonostante gli inevitabili cambiamenti storici-sociali, non penso che possano essere definiti globalmente "sdraiati". Parodica ed esagerata l'immagine di questi giovani distanti, impenetrabili, omologati e tecnologizzati che poco o nulla riesce a cogliere (o semplicemente a vedere) delle loro risorse, quali il naturale desiderio di cercare e affermare una propria identità. 
   "Sdraiati", talvolta, lo sono davvero: sui banchi di scuola, sui divani di casa, sulle panchine dei parchi: inermi, un po' spenti, un po' vuoti. Ma nella maggior parte di loro riecheggia creatività ed entusiasmo che se noi "più adulti" non siamo in grado di motivare è perché evidentemente siamo più "sdraiati" di loro.

martedì 14 giugno 2016

Jonathan Franzen, Purity

L'esperienza di lettura del nuovo romanzo di Jonathan Franzen non può che tradursi in appunti e spunti di riflessione, che tratterò per piccoli paragrafi.
"Lo scopo di internet e delle tecnologie connesse era 'liberare' l'umanità dai compiti - fabbricare cose, imparare cose, ricordare cose - che prima davano significato alla vita e perciò ne costituivano l'essenza. Ora sembrava che l'unico compito significativo fosse l'ottimizzazione per i motori di ricerca."
Breve presentazione
637 pagine divise in 7 capitoli. Personaggi e focalizzazioni differenti. Una varietà che poggia su una solida struttura. Una varietà tenuta saldamente insieme da Purity, una ragazza dal nome emblematico. Chiamata comunemente Pip, di cognome fa Tyler; vive a Oakland, in California, con coinquilini strampalati in una povera casa. Ha una cotta per uno di loro, Stephen, molto più grande di lei, peccato che sia sposato e condivida una stanza proprio con sua moglie. Impulsiva e senza peli sulla lingua, è molto legata a sua madre, la sua unica famiglia, con cui comunica per telefono, sentendosi continuamente chiamata da lei "micetta". Agisce d'impulso, collezionando figure imbarazzanti e occasioni per cui sentirsi in colpa.  
Fa un lavoro che non le piace, ha una cotta per un uomo che non ricambia e che, anzi, la considera quasi una figlia, è povera e vorrebbe tanto sapere chi è suo padre. Tutte ragioni sufficienti per spingerla ad accettare la proposta di Annagret, una ragazza tedesca che la convince ad aderire al Sunlight Project, un'organizzazione internazionale, simile a Wikileaks, capitanata dal misterioso e idolatrato Andreas Wolf.

L'identità ai tempi di internet 
"Per avere un'identità, devi credere che esistano anche altre identità. Devi sentirti vicino agli altri. E come si crea questa vicinanza? Condividendo segreti."
Il mondo descritto da Franzen è lo specchio di quello attuale e i personaggi nient'altro che possibili persone che ne fanno parte, ognuna con i propri drammi e le proprie caratteristiche, vite individuali e vite sociali, accomunati, però, da un amico: Internet. Dall'uso comune dei social network, ai giornali online fino al furto e alla diffusione di informazioni segrete, l'identità ai tempi di internet è condizionata dall'apparenza, non più solo fisica, quanto informativa. Ogni segnale di presenza online è un tassello di una identità frammentata, forse falsata, ma che rappresenta la prima e la maggiore fonte di notizie.

L'assenza paterna
Essendo Internet il padre dell'identità, la figura umana nella vita reale scompare. Quella descritta è una società di madri: madri mancate come Leila, la giornalista con cui lavorerà Pip; madri "non-madri" come Katya, presente e assente nella vita del figlio Andreas; madri ansiose e misterose come quella di Purity.

Purity
Una copertina bianca, una pelle candida, dei contorni sfumati, senza linee nette a dividere lo sfondo: nella copertina del libro domina il bianco e qualche tratto a delineare un volto femminile. Cos'è la purezza? Cosa significa essere puri? È perché questo titolo?
Il nome della protagonista diventa protagonista. Purezza è tutto quanto c'è ancora di pulito in un mondo sporco, tutto quanto riesce ancora a sopravvivere nell'immondizia. Purity è la speranza della madre, una sua creazione, una sua opera d'arte che ha paura della responsabilità di ciò che significa, per farsi chiamare comunemente "Pip" e confondersi ancora un po' con gli altri, con l'assenza della stessa purezza.

Linguaggio
Nel mondo di internet, dove informazione uguale potere, il linguaggio è il mezzo più efficace per dominare. Oltre ai numerosi e realistici dialoghi, della cui costruzione Franzen è maestro, l'autore americano ci delizia con il personaggio di Andreas Wolf, un moderno Don Giovanni che ammalia grazie alla forza della parole e che gioca con il linguaggio come se fosse l'incarnazione di un nuovo Amleto, che spesso cita nelle sue conversazioni e di cui riprende anche quella "finta" pazzia che gli fa da scudo.

Opinione personale
Dopo aver letto "Le correzioni" (la cui recensione trovate qui) avevo già la sensazione di aprire un libro di un certo spessore, e sin dalle prime righe ne ho avuto la conferma. La scrittura di Franzen è attenta, capace di creare dei personaggi a tutto tondo partendo da elementari e precisi dettagli, che li rendono comuni e allo stesso tempo unici esseri umani. I dialoghi sono un piacere per i lettori e la caratteristica della frammentazione dei punti di vista è ormai una sicurezza del suo stile. La storia si divide nei suoi personaggi, che insieme la ricreano. Lo stile e il linguaggio, insieme ad una grande attenzione per l'attualità, è ciò che amo di questo grande autore contemporaneo.
Ogni capitolo è dedicato ad un personaggio in particolare, ognuno legato alla protagonista e ciascuno funzionale all'integrità della storia stessa. In questo modo, Franzen trascina il lettore nella sua ragnatela, tessuta con maestria. Non si tratta di un romanzo commerciale, di storielle lette solo per passare il tempo, di libri poco impegnativi: con Franzen, c'è sempre quel qualcosa in più.
Eppure... Proprio perché lo considero un grande autore, mi permetto di essere critica (dai "grandi" ci si aspetta sempre il massimo): il finale, dal mio punto di vista, è stato troppo frettoloso. Così attento a infilarti nelle vite dei personaggi e ammaliarti con la sua scrittura piacevolissima, che ha quasi dimenticato di curare, con altrettanta attenzione, il finale (se di "finale" si può realmente parlare, dato che le sue sono storie prese nel loro svolgersi, in un determinato inizio e in una determinata fine, da lui decisi).
Sebbene una mia lieve delusione, amo Franzen, per questo riesco a sopportare anche il fatto di essere leggermente delusa, perché solo i grandi ti deludono.

mercoledì 8 giugno 2016

David Ebershoff, The Danish girl

Greta e Einar. I protagonisti di una storia irreale, ma che affonda le sue radici nella realtà della storia. 
Siamo nell'Europa degli anni '30 quando un pittore, famoso per i suoi dipinti paesaggistici, sposa la studentessa Greta, anch'essa pittrice, la quale preferisce i ritratti umani alle atmosfere cupe del marito. I due si incontrano in Danimarca, dove lei si trasferisce dalla California. Dopo un passato matrimonio, già vedova in giovane età, Greta trova in Europa la libertà che una personalità anticonformista e indipendente come lei tanto cercava. 
I primi capitoli del libro si soffermano sulla storia di Greta, per poi spostarsi gradualmente verso un nuovo personaggio, che prenderà il sopravvento: Lili. La vera protagonista della storia è lei, una donna in un corpo da uomo, che con l'aiuto dell'amata Greta riesce pian piano a conquistare la sua autonomia. Dietro la maschera da ricca autoritaria di Greta, che era stata in grado di costruirsi la vita che voleva e di sentirsi "come se fosse una bambina, ed Einar, col suo viso da bambola di porcellana e i suoi piedi graziosi, il suo giocattolo preferito", emerge la sua sensibilità nei confronti dell'identità del marito, affiancata dal desiderio di continuare a tirare i fili di una marionetta che inizierà ben presto a camminare con le proprie gambe. 
Il corpo esile, il petto liscio, il viso magro, la pelle candida rendono facile, quasi naturale la trasformazione di Einar in Lili, una trasformazione avvenuta quasi per caso la prima volta, dietro la richiesta di Greta di vestirsi da donna per completare un ritratto. L'indossare vestiti da donna e assumere pose femminili si rivela qualcosa di assolutamente naturale, ragion per cui mai Einar si considera "anormale o deviato".
Quello che provava era soprattutto la sensazione di capovolgere il mondo vestendosi da Lili. Lui non doveva far altro che dare spazio a quella graziosa fanciulla che viveva dentro di lui, con la quale condivideva lo stesso corpo.
Questa storia irreale affonda le sue radici nella realtà della storia, perché in Einar c'è Einar Mogens Andreas Wegener, un pittore danese che iniziò a posare vestito nei panni da donna per la moglie Gerda Wegener, dando vita ad un nuovo personaggio, a ciò che realmente il suo corpo voleva essere: Lili Elbe, la prima artista ad essersi sottoposta ad operazioni chirurgiche per cambiare sesso.


Einar creò, così, il suo vero capolavoro: come artista, diede vita ad una persona, diede totale espressione ad un'identità soffocata e alle emozioni più intime e vere ad essa connessa, decidendo di abbandonare completamente il suo lavoro da pittore dopo la trasformazione. La sua opera d'arte era ormai compiuta.