giovedì 15 dicembre 2016

Marcela Serrano, L'albergo delle donne tristi

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   Marcela Serrano, una delle principali firme della narrativa sudamericana, concentra due elementi a lei cari, Cile e donne, nel romanzo “L’albergo delle donne tristi”.

   Floriana, la protagonista, giunge in un albergo di cui nulla sa il lettore, se non quello che suggerisce il titolo stesso, per una permanenza di tre mesi. Il racconto nasce e si conclude con il suo soggiorno in quel posticino discreto, dove – pian piano si apprende – vivono donne che si portano dentro la tristezza spesso legata alla sofferenza d’amore. È Elena la proprietaria dell’albergo, bella, tenace e imbattibile, una donna che, come tante, ha conosciuto il lato doloroso dell’amore, perché quest’ultimo non fa sconti a nessuno. 
   I discorsi delle ospiti riempiono le mura creando un’atmosfera complice e familiare. Discorsi sulle differenze tra uomo e donna, sul matrimonio, sulle proprie esperienze personali, sui diversi modi di amare, sulla castità, sulle scelte di vita, sul sesso: un crogiolo di parole che aiuta Floriana a riflettere.
   Non solo tristezza causata da una storia d’amore, a portare Floriana nell’albergo è stato anche il dolore implacabile di un lutto, come apprendiamo nella seconda delle tre parti di cui è composto il libro: una lettera scritta dalla sorella Fernandina alla proprietaria dell’albergo, unica testimonianza più diretta di un mondo interiore che Floriana nasconde tra maglie di eccessiva modestia e insicurezza.
   Il nome della protagonista e quello di due sue sorelle deriva dalle isole delle Gualápagos (Floreana, Isabela e Fernandina); solo la più piccola, di nome Dulce, “si è salvata” – come afferma Floreana – ma non fino in fondo… 
   L’attaccamento alla propria terra, evidente nell’identificazione del nome con l’isola, ne denota già il carattere: una natura solitaria, protetta dal contatto con gli altriRifugiarsi in un’altra isola, quella di Chiloé, dove si trova l’albergo, non si rivela una protezione abbastanza solida dai sentimenti: questi tormentano e nascono al di là dello spazio e del tempo. L’incontro con il dottore, Flavián, non potrà far altro che smuoverla dalle sue continue rinunce. La vita è un soffio, che cosa rimarrà di me su questa terra? , si chiede Florena.
   Dopo un inizio lento, cauto e guardingo, il racconto procede lungo una linea ben precisa, dove dialoghi piacevoli e discussioni su cambiamenti e società infarciscono la lettura d’interesse. Sebbene la tematica dell’emancipazione delle donne (occidentali) nella relazione con l’altro sesso possa risultare un po’ banale ai nostri giorni, è giusto tenere a mente che “L’albergo delle donne tristi” è stato scritto ed è ambientato negli anni Novanta, per cui si sente ancora forte l’inno dell’esaltazione della donna, tanto nella sua forza quanto nella sua fragilità.
"Si scrive sempre di qualcosa che è rimasto irrisolto, o delle proprie carenze; non conosco uno scrittore che ami parlare delle sue certezze."

venerdì 9 dicembre 2016

Patrick Ness, Sette minuti dopo la mezzanotte

   Ve lo ricordate cosa significa leggere un libro per ragazzi? Io l’ho riscoperto con “Sette minuti dopo la mezzanotte”, un piccolo gioiellino che mi ha regalato l’emozione di risentirmi più piccola.
   Non è un libro che ti fa sognare, meglio dirlo da subito, non è un libro che tratta di desideri diventati realtà, al contrario: protagonista è un ragazzino solo, la cui madre è molto malata, e quasi ogni notte, sette minuti dopo la mezzanotte, riceve delle visite inaspettate: quelle di un mostro! Il vecchio olmo del suo giardino prende vita e lo tormenta, raccontandogli delle storie minacciose. Al mattino, tutto sembra essere stato solo un incubo, ma le tracce della presenza del mostro sono evidenti…
  Patrick Ness, riprendendo e rielaborando il racconto iniziato dall’autrice Siobhan Dowd, affronta tematiche care al mondo adolescenziale: il rapporto con i compagni di scuola, la famiglia, l’amicizia e, in particolare, il dolore. Le storie nella storia offrono un valore aggiunto al significato complessivo del romanzo, culminando nel racconto finale, che svela la verità e, quindi, il motivo della presenza di quel mostro.
  Il tema del doppio, rappresentato dal ragazzo e dal mostro stesso, si fonde in un unico personaggio, diventando espressione simbolica di un dilemma del tutto individuale.
 Sicuramente un libro triste, che aiuta i ragazzi, però, a fronteggiare gli ostacoli e a comprendere che la vita non è solo rose e fiori; un libro che non illude, ma comunque incoraggia e offre conforto. 
   Un piccolo rifugio per chi ama la realtà, più che il sogno.


Una delle illustrazioni di Jim Kay, contenute nel libro

domenica 4 dicembre 2016

Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5

   Seconda guerra mondiale, attentato a Dresda: la testimonianza di un soldato in chiave post-moderna. Kurt Vonnegut, autore di opere di fantascienza, non poteva che riconfermare il suo stile “circense” anche per un romanzo dall’impronta storica come “Mattatoio n. 5”. Un libro che è emblema della metabolizzazione di un dolore inguaribile; una scrittura che è processo di esorcizzazione più che di testimonianza: dopo anni e anni di pensiero, ripensamenti e lavoro, nasce finalmente il suo attesissimo libro sull'esperienza della guerra.
   Se l’avete già letto e l’avete trovato caotico, nulla di strano. Se non lo avete ancora letto, sappiate che è caotico. Come poteva essere altrimenti? Nelle prime pagine, Vonnegut ci rivela:
È così breve, confuso, stonato [il libro] perché non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere. Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli.   E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c’è da dire su un massacro, cose come “Piuu-tii-uiit?”.
   La frase finale, a proposito del canto degli uccelli, sarà la frase di chiusura del libro, come preannuncia l’autore, utilizzando un espediente già sperimentato da Brautigan nel suo “Trout fishing in America” – opera postmoderna per eccellenza – in cui si prevedeva che il romanzo sarebbe finito con una parola inappropriata al contesto, “mayonese”, scritta tra l’altro in modo errato, ma che sintetizzava la natura bizzarra del libro stesso. Non a caso, a mio parere, in “Mattatoio n. 5” compare uno scrittore di fantascienza a cui Vonnegut dà il nome di Kilgore Trout, riprendendo “Trout” dal titolo di Brautigan.
   Dopo un primo inizio in cui l’autore racconta l’origine del romanzo, abbiamo un secondo inizio, quello della storia di Billy Pilgrim. Il cognome non mente: Billy è un pellegrino (dall’inglese “pilgrim” appunto) che viaggia nel tempo, tra i ricordi passati e futuri, ma anche in spazi extraterrestri, per combattere il suo vero nemico: il tempo.
   Si tratta di un libro giocoso, dove la profonda tragedia raccontata viene sdrammatizzata per spirito di sopravvivenza: come poter amare ancora la vita altrimenti? Il dolore lo si spezza con l’ironia, e la ripetizione della frase di rassegnazione “Così va la vita”, annunciata per ogni catastrofe individuale e collettiva raccontata, ne è un chiaro esempio.
   L’opera è un mattatoio di pensieri e aneddoti che culminano nel rifugio di diversi soldati americani a Dresda, precisamente in un vecchio mattatoio ormai deserto, che ha come numero civico “5”. Questo è il loro punto di riferimento in quella grande città sconosciuta, così come il succo della guerra: un mattatoio.
   Per quanto non lineare e fantascientifico, mi sono incantata di fronte a sprazzi di metanarrativa e pura triste poesia nascosta tra le righe ironiche e falsamente leggere che, nella confusione dei contenuti, sembrano voler rimettere insieme i pezzi di un brutto sogno raccontato al mattino.

“Saresti disposto a parlare della guerra, adesso, se io te lo chiedessi?””Sarebbe come parlare di un sogno. Di solito i sogni degli altri non sono molto interessanti.”

venerdì 4 novembre 2016

McEwan, Espiazione

    Pubblicato nel 2001, scritto dall'autore inglese Ian McEwan, "Espiazione" è un romanzo che ruota delicatamente intorno al tema del senso di colpa, per poi affondare il colpo ed entrare nel vivo della storia.


Struttura e trama: cenni
   La lettura all'inizio procede lenta e dettagliata, garantendo una comprensione onnicomprensiva dei punti di vista dei diversi personaggi, in modo che i pochi fatti narrati, accaduti nel giro di pochi giorni di una calda estate del 1935, risultino chiari. La prima parte del testo è pertanto suddivisa in vari capitoli, raccontati secondo la prospettiva dei personaggi principali, i quali sono: Briony, una ragazzina di 13 anni, ordinata e appassionata di scrittura; Cecilia, detta Cee, la sorella maggiore di Briony, che a differenza sua è totalmente disordinata; Robbie, il figlio della cameriera, coetaneo ed amico d'infanzia di Cee, i cui studi vengono sostenuti economicamente dal padre delle due sorelle. Queste ultime hanno anche un fratello, l'amatissimo Leon, il cui ritorno a casa genera frenesia soprattutto nella piccola di famiglia, che ha scritto un'opera teatrale, "Le disavventure di Arabella", da mettere in scena per l'occasione. A recitare nella rappresentazione saranno coinvolti anche i cugini: Lola e i gemelli, Jackson e Pierrot. Tutto è pronto per l'atteso ritorno... Ma qualcosa va storto. Non solo le prove della rappresentazione saltano, nella sera tanto aspettata succede qualcosa che cambierà per sempre le vite dei personaggi e l'andamento del racconto.
   Il futuro dei ragazzi si trasformerà inesorabilmente. L'ambizione di Robbie di iniziare gli studi in medicina si perde nell'ingiusta accusa di violenza nei confronti di Lola, accusa alimentata è testimoniata dalla piccola Briony, la quale si macchierà del senso di colpa che segna il passaggio dall'infanzia all'età adulta. Il percorso di espiazione è lungo. Il desiderio innato di controllo di Briony si dissolve, ora che tutto è andato in frantumi, e le sue aspirazioni letterarie vengono tenute segrete per il bisogno di concretezza che si riduce al seguire le impronte della sorella più grande.
Locandina del film "Espiazione",
tratto dall'omonimo romanzo.
   La seconda e la terza parte del romanzo descrivono, cinque anni dopo, la vita rispettivamente di Robbie e Briony, fino allo snodo finale, quando l'espiazione letteraria si compie, quando la rielaborazione del senso di colpa attraverso la scrittura libera la protagonista dal suo errore, che ha cancellato il calore familiare ed è venuto a combaciare con l'orrore della guerra.

   Ma di chi era la colpa della falsa testimonianza che ha cambiato il destino di tutti? Di una ragazzina che creava storie nella sua fantasia o di chi ha taciuto e si è sentito protetto da tale menzogna? L'interrogativo rimane aperto. L'espiazione della protagonista per liberarsi dal suo peso interiore coincide con quella del lettore che finisce col comprenderla, in un meccanismo paragonabile a quello di Nabokov, in "Lolita", dove il carnefice viene quasi giustificato grazie al filtro del narratore e delle parole.

   Un libro senz'altro da leggere con piacere e interesse, scritto con stile impeccabile, che ti cattura tutto ad un tratto in una storia vorticosa che appariva falsamente lineare. Consigliato a chi ha voglia di immergersi in un libro che ha bisogno del giusto tempo per essere compreso. 

domenica 9 ottobre 2016

Elena Ferrante, Storia della bambina perduta

   Con “Storia della bambina perduta”, ultimo libro della quadrilogia firmata Elena Ferrante, si chiude la storia aperta col primo romanzo, narrando la maturità e la vecchiaia delle due donne protagoniste, Elena, detta Lenuccia, e Lila, e con loro gli altri numerosi personaggi. Si chiude la storia delle persone coinvolte, ma anche la storia di un’epoca, quella delle trasformazioni sociali, politiche ed economiche avvenute in Italia a partire dalla seconda metà del Novecento.
   Riprendendo le fila del racconto a partire dagli ultimi anni ’70, le vicende che coinvolgono le due amiche le allontanano e le avvicinano più volte. Avevamo lasciato Elena a Firenze, con le figlie e con un nuovo antico amore, per poi assistere, in questo volume, al suo ritorno a Napoli. Elena e Lila tornano a condividere lo stesso contesto, a vivere nella stessa città e, infine, il cerchio si chiude, tornando ad abitare nella stessa palazzina. Vicine di casa da bambine, vicine di casa da adulte, dopo partenze, ritorni, allontanamenti, matrimoni, divorzi, morti, nascite. 
   La struttura ad anello le ingloba nei confini del rione, dove si incrociano i destini, dove comandano i Solara, dove periscono vittime e colpevoli, dove si sopravvive, ci si vendica, si impazzisce, si condivide; ma è anche un rione dove i buoni e i cattivi, in confronto con la realtà esterna, fuori da quei confini, sembrano meno buoni e meno cattivi, dove gli abitanti, anche quando vogliono far morire ammazzati gli altri, si aiutano tra loro quando sono in difficoltà; è un rione dove si ama e si odia allo stesso tempo, come l’amicizia di odio e profondo amore tra Lila, la “cattiva”, e Lenuccia, la scrittrice “buona”.

Solo nei romanzi brutti la gente pensa sempre la cosa giusta, dice sempre la cosa giusta, ogni effetto ha la sua causa, ci sono quelli simpatici e quelli antipatici, quelli buoni e quelli cattivi, tutto alla fine ti consola.

   Le riflessioni sulla scrittura sono sempre più acute. In un contesto difficile paragonato alle città in cui Elena ha vissuto, la scrittura non può che farsi denuncia sociale: sotto la pressione di Lila, determinata a spingere l’amica all’utilizzo della scrittura come strumento quasi fisico, Elena abbraccia quell’impegno, sebbene timidamente. La scrittura cambia anche “fisicamente”, di pari passo con l’innovazione tecnologica: dal calamaio alla penna a sfera, dalla macchina da scrivere ora si arriva al computer. 
   Al desiderio di vivere di Lenuccia, di cui è testimonianza il valore della scrittura come mezzo di sopravvivenza, si contrappone la volontà di cancellarsi di Lila. Cancellazione che non coincide con suicidio, ma con l’essere dimenticata. Il nuovo libro di Elena, incentrato sulla loro amicizia “splendida e tenebrosa”, se da un lato ripercorre le tracce del loro rapporto immortalando Lila, dall’altro la fa scomparire per sempre dal mondo reale…
   I dubbi su chi sia stata effettivamente la scrittrice dell’opera, se Elena che scrive di professione o Lila che guida e stimola le azioni altrui, si sciolgono del tutto nella dichiarazione di paternità – o sarebbe meglio dire “maternità” – del libro da parte di Lenuccia: è lei che ha deciso di scrivere, è lei la vera e unica autrice della storia.
   Le due amiche, un tempo madri delle bambole buttate in uno scantinato  (Tina e Nu), poi madri di figli veri (Tina, Rino, Dede, Elsa e Imma) tornano ad essere madri di quelle bambole: madri del passato, madri di sentimenti spogli, crudi e veri. 
   Elena Greco – e la Ferrante stessa in un certo senso – anticipa, a livello metanarrativo, la connessione tra la bambola Tina, scomparsa nel primo volume de “L’amica geniale” e la figlia di Lila, chiamata Tina anch’ella (da Nunzia, Nunziatina, Tina). Una connessione su cui i lettori riflettono cogliendo le analogie tra il passato e il presente, ma che viene svelata dalla narratrice come pura fantasia, inutile ricerca di nessi ordinati che nella realtà non trovano logica, sono solo semplici e disparati dettagli.
   Il viaggio nella quadrilogia si conclude con un senso di ammirazione e soddisfazione, timore e desiderio di non ritrovare in altri libri quella stessa atmosfera di delicatezza, completezza ed efferatezza che diventa caratteristica inimitabile di quello che definisco, senza alcun dubbio, un capolavoro dei nostri giorni.

mercoledì 5 ottobre 2016

Elena Ferrante, Storia di chi fugge e di chi resta

   Il terzo volume della quadrilogia, figlia della mano maestra di Elena Ferrante, è dedicato al cosiddetto “tempo di mezzo”, quello che intercorre tra la giovinezza e la piena maturità. La matassa intrecciata del primo volume continua a sciogliersi, a volte – pare – ad ingarbugliarsi ancora di più, per tener vivo l’interesse e la curiosità nonostante pagine e pagine di storia. Già, di storia: quella delle due protagoniste, Elena la narratrice e Lila, “lo specchio delle incapacità” dell’amica, ma anche la Storia che si srotola con loro e che le circonda con tutti i fatti dell’Italia degli anni ’70 che coinvolgono direttamente i personaggi. 
   “Storia di chi fugge e di chi resta” è un titolo che mette in contrapposizione due tendenze – ancora oggi attuali – nei confronti del proprio paese d’origine: restare, confondersi col rione, provare ad emergere dall’interno o allontanarsi, fuggire, realizzarsi altrove. Lila, che resta, è parte viva del rione, dove ha imparato a vivere e a sopravvivere sin da bambina; Elena, che fugge, si stabilisce a Firenze, città ordinata e stimolante per una scrittrice. Chi rimane nel rione spesso invidia i fuggitivi; chi trova fortuna fuori sente di aver abbandonato una parte di sé. Chi rimane nel rione, però, è destinato a scomparire, insieme alle sue voci, insieme ai suoi fatti, insieme al rione stesso ed Elena, con la sua penna, desidera dare inchiostro a quelle tracce affinché non muoiano del tutto.
   Mentre Lila “crea romanzi nella realtà” muovendo le persone come marionette, Elena si gode la fama iniziale per la pubblicazione del suo romanzo d’esordio, ispirato ad episodi e sentimenti privati. Ecco che emergono i dubbi, dopo l’entusiasmo iniziale, tipici dello scrittore: la consapevolezza di essersi esposto alle critiche, l’insicurezza sul valore del proprio libro, la preoccupazione per la reazione del pubblico su un tema forte come quello della sessualità, che trova leggero conforto nelle parole di un esperto letterato: “l’oscenità non è estranea alla buona letteratura e l’arte vera del racconto, se pure passa il limite della decenza, non è mai scabrosa”. La Ferrante, attraverso le vicende della protagonista sua omonima, dà modo di riflettere sulla letteratura stessa e di affrontare , in un’ottica metanarrativa, i problemi che circondano la scrittura, la pubblicazione e la promozione di un libro.

Ogni volta che vedevo il volume in qualche vetrina, tra altri romanzi appena usciti, mi sentivo dentro un misto di fierezza e di paura, un misto di piacere che finiva in angoscia. Certo, il racconto era nato per caso, in venti giorni, senza impegno, come un sedativo contro la depressione. Inoltre sapevo bene cos’era la grande letteratura, avevo lavorato molto sui classici, e non mi era mai venuto in mente, mentre scrivevo, che stessi facendo qualcosa di valore. Ma lo sforzo di trovare una forma mi aveva coinvolta. E il coinvolgimento era diventato quel libro, un oggetto che mi conteneva. Ora io ero lì, esposta, e vedermi mi dava in petto colpi violenti. Sentivo che non solo nel mio libro, ma in genere nei romanzi, c’era qualcosa che davvero mi agitava, un cuore nudo e palpitante, lo stesso che mi era schizzato fuori dal petto nell’attimo lontano in cui Lila aveva proposto di scrivere insieme una storia. Era toccato a me farlo sul serio.

   La distanza tra le due amiche si fa più massiccia: Elena indaffarata nel suo ruolo di scrittrice, presto moglie di un professore dal cognome rinomato, Lila sprofondata in povertà, a sgobbare in fabbrica per mantenere lei e suo figlio. Come accade dal primo volume, la fortuna dell’una coincide con la sfortuna dell’altra, ma gli equilibri non fanno altro che invertirsi. I temi politici qui si accentuano attraverso personaggi che incarnano ideali diversi, quali Gino, il fascista, figlio del farmacista, Bruno Soccavo, l’imprenditore padrone, Nadia e Pasquale, che impugnano la lotta di classe. Di pari passo con il ruolo sociale di ciascun personaggio, il linguaggio subisce una metamorfosi: il dialetto, segno di arretratezza, ripudiato da chi studia e utilizzato solo in determinati spazi e contesti, inizia ad emergere anche negli ambienti intellettuali socialisti, dove l’uso diretto di termini volgari diventa segno di libertà di pensiero e di rifiuto delle ristrettezze della tradizione. Elena, dopo aver studiato e lottato per allontanarsi dalle sue origini, si rende conto che queste non solo tornano con maggior forza ma si impongono oltre i confini in cui erano delimitate. Come riflette la protagonista, “ognuno si portava nel corpo i suoi antenati”, per cui, sebbene ci si possa allontanare, non si può mai realmente fuggire da ciò che si è.
    L’immobilità delle origini si contrappone ad una società in cambiamento, dove la lotta di classe, l’affermarsi del socialismo, il fiorire delle idee femministe suggeriscono il trasformarsi della realtà.
    Oltre ai temi storici e politici – mai affrontati con pesantezza, ma naturalmente intrecciati ai fatti descritti dalla narratrice - , oltre al tema della scrittura, della sessualità e a quello, consolidato, dell’amicizia, trova spazio anche quello della maternità. Anche Elena, come Lila, diventa madre e ne sente la gioia e il peso, l’amore e l’ostacolo. Il conflitto tra l’essersi laureata e fare la madre-casalinga si accentua, in cerca di un armistizio personale tra il realizzarsi come individuo e assicurare stabilità alla sua famiglia.
   Elena Ferrante, ancora una volta, ti lega ad una storia che si sente pulsare tra le pagine, una storia viva, di personaggi vivi, di emozioni vive. Non resta che abbandonarsi al quarto e ultimo volume, alla ricerca di quella risposta che ti incastra nel primo libro, con l'irrequietezza di giungere alla fine e, allo stesso tempo, la voglia di godere con calma di quelle che saranno le ultime pagine.

lunedì 26 settembre 2016

Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome

   “Storia del nuovo cognome” è il secondo volume della quadrilogia di Elena Ferrante. Qui si racconta, sempre per mano della narratrice protagonista Elena Greco, le vicende che hanno coinvolto lei e l’amica Lila durante la giovinezza. Con le sue 470 pagine, divise in 125 brevi capitoli, il romanzo è il più corposo dei quattro, sebbene dedicato ad una sola sezione, la giovinezza appunto.
   Lo stile impeccabile e pulito, la maestria dell’artigiano che tesse la storia con linearità e rimandi temporali, l’atmosfera nostalgica e tenera velata talvolta dalla tristezza, le riflessioni della protagonista di ieri e di oggi restano invariati rispetto al primo volume, con cui forma un tutt’uno. Ne è visceralmente legato, ma, affrontando un periodo ben diverso da quello dell’infanzia, i toni si fanno leggermente più diretti, meno ovattati, soprattutto quando vengono introdotte nuove tematiche, come quella del sesso. La tematica centrale, però, è e rimane l’amicizia tra Elena e Lila, un’amicizia fatta di complicità e di allontanamenti, di gesti concreti e insofferenza, sentimenti contraddittori dovuti al continuo bilanciamento tra la vita delle due, che prendono strade completamente diverse. Elena prosegue gli studi, dal liceo classico fino all’università a Pisa; Lila, invece, seguita a vivere nel rione, a incitare l’amica nello studio – quello studio che lei avrebbe tanto voluto continuare e che a tratti riprende privatamente – e a seguire le tappe prestabilite per una donna: matrimonio, casa, figli.
   La storia del nuovo cognome è quella di Lila Cerullo che diventa Lila Carracci, un cognome che scompare e si trasforma così come è costretta a scomparire e a trasformarsi la donna nel rapporto di coppia

Raffaella Cerullo, sopraffatta, aveva perso forma e si era sciolta dentro il profilo di Stefano, diventandone un’emanazione subalterna: la signora Carracci.

   Sin dalla luna di miele, la relazione col marito Stefano si incrina e Lila impara a subire le botte dell’uomo, che tenta di affermarsi e farsi ubbidire usando la violenza. Lila, come Elena, è una figlia che ha visto fare lo stesso a suo padre e a (quasi) tutti gli uomini del rione: genitori che si incarnano nei figli, don Achille che rinasce nel figlio Stefano e colpisce la moglie.
   La persecuzione dei genitori sui figli assilla anche Elena, che teme di diventare come sua madre, dall’occhio storto e la camminata claudicante. La sua lotta, il suo impegno nello studio, nascono soprattutto dal desiderio di rincorrere un ideale che sia il più lontano possibile da quello della madre.

Possibile che i genitori non muoiano mai, che ogni figlio se li covi dentro inevitabilmente? Dunque da me davvero sarebbe sbucata mia madre, la sua andatura zoppa, come un destino?

   L’obiettivo di Elena di distaccarsi dalle sue origini, sebbene sia consapevole dell’impossibilità di eliminarle del tutto, va di pari passo con quello di Lila di cancellare le sue tracce, che emerge gradualmente. Nella foto ingrandita del matrimonio di Lila con le scarpe Cerullo, da sistemare nel nuovo calzaturificio realizzato da Stefano in società con i terribili Solara, Lila sfoga la sua creatività e la sua rabbia, acconsentendo a posizionarla lì solo a patto di aggiungere alcune modifiche. Così, utilizzando cartoncini neri e colore, la foto si trasforma, il viso di Lila scompare, la sua figura viene cancellata, facendone emergere solo determinati tratti. 

Lila era felice, e mi stava trascinando sempre più nella sua felicità feroce, soprattutto perché aveva ritrovato di colpo, forse senza nemmeno rendersene conto, un’occasione che le permetteva di rappresentarsi la furia contro se stessa, l’insorgere, forse per la prima volta nella sua vita, del bisogno […] di cancellarsi.Oggi, alla luce di tanti fatti che sono successi in seguito, sono abbastanza certa che le cose andarono proprio così. Con i cartoncini neri, coi cerchi verdi e violacei che Lila tracciava intorno a certe parti del suo corpo, con le linee rosso sangue con cui si trinciava e diceva di trinciarla, realizzò la propria autodistruzione in immagine, la offrì agli occhi di tutti nello spazio comprato dai Solara per esporre e vendere le sue scarpe.

   Tra i numerosi personaggi appartenenti alle famiglie del Rione, di cui assistiamo alla crescita e alle vicende che li coinvolgono, spesso intrecciate a quelle delle due protagoniste, ritorna e si rafforza uno chiave: Nino Sarratore. Da piccolo, aveva lasciato il rione trasferendosi altrove con la famiglia, in seguito ad una spiacevole vicenda di tradimento da parte del padre Donato con Melina, ed Elena, l’aveva visto andare via, già infatuata di lui, pensando di non vederlo mai più. Ed invece, ecco che frequenta il suo stesso liceo, due anni più avanti, ma lei si limita ad osservarlo e contemplarlo da lontano, pensando di non essere stata riconosciuta. D’estate, inoltre, lo rincontra in vacanza e i due finalmente si parlano: i loro discorsi sono altamente stimolanti per Elena, che vede in lui un esempio di cultura, intelligenza, di possibilità di affermarsi fuori dal rioni, di salvezza
   Numerose e disparate vicende, però, porteranno anche Lila a vedere in lui la stessa àncora di salvezza, ma mentre Elena si limita ad immaginare e a vivere di parole, l’amica realizza le sue idee e trasforma in concretezza i suoi desideriElena vive nelle vite altrui, come una scrittrice che proietta sugli altri i fatti che immagina per sé: così, vede realizzarsi l’amore che fantasticava per lei e Nino in lui e Lila. Ancor prima di diventare la scrittrice effettiva della storia, e ancor prima di pubblicare il suo primo romanzo, come accadrà subito dopo l’università, lei già “scriveva” storie. Nella scrittura di Elena, però, riecheggia la scrittura di Lila, autrice de “La fata blu” quando andava alle elementari e scrittrice segreta di otto quaderni, che affida in custodia all’amica. Chi scrive realmente la storia, dunque, Elena o Lila? Entrambe?

E la sua vita si affaccia di continuo nella mia, nelle parole che ho pronunciato, dentro le quali c’è spesso un’eco delle sue, in quel gesto determinato che è un riadattamento di un suo gesto, in quel mio di meno che è tale per un suo di più, in quel mio di più che è la forzatura di un suo di meno.

   Alla felicità di Lila corrisponde l’infelicità di Elena, al senso di soddisfazione di quest’ultima, l’insoddisfazione dell’amica: tra le due c’è una perenne disparità, un’alternarsi di sentimenti che raramente combaciano. Quando Elena, ormai laureatasi, ritrova Lila, che ha cambiato vita, si presenta soddisfatta e orgogliosa di se stessa, ma si rende ben presto conto che il suo non è un vantaggio nei confronti dell’altra, che non c’è una vera vittoria.

Capii che ero arrivata fin là piena di superbia e mi resi conto che – in buona fede certo, con affetto – avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Ma lei se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora, rischiando attriti coi compagni di lavoro e multe, stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.

   Gli anni dell’università di Elena a Pisa sono raccontati brevemente. Sono gli anni in cui le due amiche si allontanano, anni in cui Lila, sempre protagonista, non è presente, per cui il tempo accelera nella memoria della narratrice. Tornata a Napoli, Elena sente nel rapporto con la sua città e i suoi abitanti di essere riuscita a realizzare quel distacco e quella trasformazione di sé che aveva sempre inseguito con ardore. Forse c’è davvero la possibilità di differenziarsi, mentre Lila, durante una conferenza su Darwin a cui era andata con Elena durante i tempi del liceo, sosteneva che non ci fossero differenze tra esseri umani e animali. Eppure anche Lila ha dimostrato di saper parlare italiano o dialetto a seconda dei casi, di essere il più infimo animale nella lotta del rione quanto una persona creativa e stimolante che legge Beckett e fa perdere la testa ad un ragazzo fermo e colto come Nino.
   Ancora una volta la Ferrante ci emoziona con la storia delle due amiche, con la storia di sentimenti universali calati in un contesto preciso: una storia di trasformazione, evoluzione, memoria, fatti, una storia che è vita stessa e che ci trascina nuovamente, con l'acquolina in bocca, verso il terzo volume.