mercoledì 30 dicembre 2015

Alessandro Baricco, Novecento

Un romanzo storico? Una rassegna del secolo passato? Un'ambientazione temporale? No. "Novecento" è un nome di persona.

"Negli occhi della gente si vede quello che vedranno,
non quello che hanno visto".

Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, nato per caso su una nave e per caso con questo nome lungo, che del sangue blu, in realtà, non ha nulla, suona il piano sul transatlantico Virginian, imparando a danzare sulle note dell'oceano e diventando una vera e propria leggenda. La sua storia, che sarebbe annegata tra le acque se non fosse stata raccontata, viene salvata da un altro musicista con cui stringe una forte amicizia.

Poco voglio dire della storia, anche perché si tratta di un libro di una sessantina di pagine per cui i fatti non sono poi molti, mi preme più esprimere l'immensità che può essere sprigionata dall'essenzialità di poche righe. La scrittura di Baricco, essenziale appunto, in questa narrazione, che egli definisce una via di mezzo tra «una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce», riesce a coniugare al massimo pochezza di parole e infinità di significato.

Il sottotitolo "Monologo" preannuncia la presenza di un unico narratore, aspettativa infranta dalla capacità sorprendente di scindere il monologo tra due figure: narratore e protagonista. Quest'ultimo si appropria momentaneamente del monologo, della sua storia, per aggiungere il suo finale.

Novecento nasce, vive e muore su quella nave, desiderando solo una volta di scendere a terra per visitare il mondo, perché la curiosità di vedere quei posti tante volte raccontatigli o di camminare su un suolo a cui la nave attraccava, la curiosità di conoscere, insomma, si impossessa di lui. Ma come si fa a conoscere l'immenso? Immensità di luoghi, di strade, di volti...

Pubblicato nel 1994 e adattato al cinema da Tornatore col film dal titolo "La leggenda del pianista sull'oceano", "Novecento" è un libro assolutamente da leggere, da regalare, da conservare.

L'ho divorato una mattina, appena sveglia, ingoiandone ogni parola come la più inaspettata delle colazioni.

Non aggiungo altro, perché è davvero un libro che parla da sé, ma vi lascio al trailer della pellicola che ne è stata tratta, per ascoltare le parole del narratore.


giovedì 24 dicembre 2015

Alberto Méndez, I girasoli ciechi

    Primo e ultimo romanzo dello scrittore Alberto Méndez, “Los girasoles ciegos” (I girasoli ciechi) è una raccolta di quattro racconti accomunati da una stessa cicatrice, quella della guerra civile spagnola, che solca tanto la memoria collettiva quanto la narrativa spagnola dell’ultima metà del secolo. Una piaga che chi ha vissuto non potrà mai dimenticare e per questo motivo viene esorcizzata e rammentata con la cura della scrittura, che allo stesso tempo riaccende quella sofferenza per alimentare la consapevolezza del male nelle menti dei futuri cittadini.
    Più che soffermarsi sugli anni della guerra civile, l’autore descrive quelli del post-guerra, che hanno segnato l’inizio della dittatura di Francisco Franco. Ogni racconto porta nel titolo l’anno di riferimento e ha come protagonista uno dei tanti volti anonimi della guerra, quelli della gente comune: gli sconfitti, le ombre, i girasoli ciechi che cercano di sopravvivere al buio e a stento si trascinano in una vita senza sole. 
    I racconti che mi hanno fatto toccare con mano quella ferita ancora aperta sono stati il secondo e l’ultimo, intitolati rispettivamente:  Manuscrito encontrado en el olvido e Los girasoles ciegos, nome dell’intera raccolta, perché in esso confluiscono tutti.
  Le ultime parole ritrovate in una sorta di diario abbandonato vicino ad alcuni cadaveri riportano in vita l’autore di quelle righe, un giovane, un padre, un già vedovo, che accanto al corpo inanime della sua donna, cerca di sopravvivere al freddo e alla fame per poter prendersi cura del loro figlio, appena nato, senza un nome, senza un bacio, senza una carezza. Tanto secco e reale strazio descritto in prima persona e  riportato dalla voce del narratore che saltuariamente interviene per chiarire passaggi, assenze o pagine scritte in modo particolare. 
    Una vita al buio è anche quella dell’ultimo anonimo protagonista, costretto a vivere in un armadio perché datosi per morto pur di non dover morire realmente in quanto oppositore al regime. Ma può chiamarsi vivere il nascondersi in un armadio, il condividere la quotidianità di una famiglia a luce spenta e nel silenzio? 
   Certo, è un libro triste, tristissimo. Non si potrebbe documentare diversamente quel capitolo oscuro della storia. Ma quanta realtà in quella tristezza e quanta vita in quello smarrimento. 
Vincitore di diversi premi nazionali. E non poteva essere altrimenti.

Poster del film tratto dall'omonimo romanzo.

sabato 5 dicembre 2015

Banana Yoshimoto, Kitchen

"Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. 
 Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
 Anche le scintille incredibilmente sporche mi piacciono da morire."



  Comincia così il primo romanzo dell'autrice giapponese Banana Yoshimoto, pubblicato nel 1988: la confessione, in tutta la sua semplicità, di un amore per le cucine, pulite o sporche che siano. Un amore che nasconde in sé la nostalgia per una famiglia assente, da cui la protagonista Mikage Sakurai cerca di evadere rifugiandosi in quella stanza che in ogni casa è simbolo di calore: la cucina.
   Ricordando la malinconica e magica scrittura del Murakami di Norwegian Wood, questo libricino breve, dalla narrazione apparentemente lineare, sprigiona pagina dopo pagina l'alone di un'atmosfera trasognata che avvolge la protagonista, nonché narratrice, e Yuichi, un ragazzo che presto diventerà la sua nuova famiglia. Di fatti, rimasta sola, Mikage si trasferisce in casa del giovane ragazzo e della madre, entrambi vicini di casa della nonna scomparsa.
   Mikage e Yuichi diventano così fratelli, amici, potenziali amanti... uniti da un legame che fugge qualsiasi definizione, ma che ben presto si scontra con la necessità di essere definito per poter sopravvivere.


"I nostri sentimenti viaggiavano in un’oscurità circondata di morte, e stavano per affrontare una curva delicata tenendosi stretti. Forse, superata quella curva, avrebbero cominciato a separarsi prendendo strade diverse. In questo caso, saremmo rimasti per sempre solo amici."

   Diviso in tre parti (Kitchen, Plenilunio e Moonlight Shadow) il testo rivela tutta la sua ambiguità con l'avanzare della lettura, passando dalla trasformazione di Eriko, "madre" di Yuichi, fino al fenomeno Tanabata dell'ultimo racconto, “idea romantica di una rarissima occasione di incontro per due amanti separati”. Smarrimento, famiglia, sessualità, cambiamento, morte sono i temi principali che emergono, descritti con uno stile personale, orientato alla rivelazione degli stati d'animo tramite gli oggetti, le azioni e, potremmo dire, le antiche tradizioni riscoperte in chiave moderna.

   Sebbene non mi abbia colpito eccessivamente, è un libro da conoscere, testimone di una narrazione che, tra la tradizione orientale e quella occidentale, trova la sua originalità. 
Concludo con la frase che ho amato di più dell'intero libro, perché rispecchia la mia filosofia di vita:


"VOGLIO ASSOLUTAMENTE CONTINUARE A SENTIRE CHE UN GIORNO MORIRÒ. ALTRIMENTI NON MI ACCORDO CHE VIVO."