mercoledì 18 febbraio 2015

Alessandro D'Avenia, Ciò che inferno non è

Leggi un buon libro quando arrivi all'ultima pagina e vorresti prolungare quell'azzurro di parole in cui ti sei immerso, avanzando timoroso sotto l'arco della copertina. Sapendo di essere giunto su una nuova costa, forse una nuova isola nel mare dei pensieri, cerchi di rinfrescarti con le ultime gocce dei ringraziamenti, pur di impregnarti ancora di parole, bramoso di iniziare nuovamente il viaggio perché consapevole che questa volta, sotto l'arco, camminerai a passo deciso.
 Sai che qualcosa ti è sfuggito, sai che di tanta bellezza percepita è impossibile conservarla tutta e vuoi continuare a sprofondare nell'inferno di quelle pagine prima che il profumo di carta svanisca, prima che tutto ciò che inferno non è venga schiacciato dal peso del libro chiuso. Tentenni, temporeggi, ma qualcosa si è inevitabilmente perso. Eppure, sebbene non esista più nelle parole in sé e per sé, lo percepisci nell'alone di pensieri che ti avvolge, un alone di una pesante leggerezza kunderiana.
   Di questo romanzo, non voglio riportare la sinossi, né analizzare la struttura e lo stile. Non mi importa dire che il racconto è diviso in due parti, né elencare i personaggi. Non voglio dare delucidazioni sul contesto che accoglie lo svolgersi dei fatti, facilmente reperibili su qualsiasi motore di ricerca digitando, tra gli altri nomi, "Pino Puglisi". Di questo romanzo, dirò ciò che mi ha lasciato, racconterò non ciò che c'è, ma ciò che si disperde e viene raccolto in porzioni e in modi diversi da lettore a lettore. Di questo romanzo, non parlerò del mare che si intravede oltre i portici, né della bambola in primo piano, emblema di un'infanzia a cui una delle bambine del romanzo si aggrappa metaforicamente. Di quella scintilla di luce, o meglio di quell'insieme di minuscole scintille che creano un alone di luce intorno al pilastro destro, o ancora del contrasto tra l'idea della luce, intoccabile, informe e cangiante, e il pilastro, immobile, imponente e trascurato: di questo, parlerò. E per parlarne, come ci insegna Federico, allievo atemporale di Petrarca, bastano cinque parole. Le mie sono: pietra, deserto, voce, bianco, cerchio. (Parole che, come gli ossi di seppia, ci suggeriscono qualcosa altro. Parole che, per altri, saranno altre.)
   Senza essere pedante, se cercate delle informazioni precise e oggettive, le avrete: Palermo, estate 1993, Federico, protagonista, 17 anni. L'attenzione di Alessandro D'Avenia per l'adolescenza, come ammette direttamente nei Ringraziamenti, è centrale anche in questo suo terzo romanzo, dove l'età in bilico, l'età incerta, l'età di ricerca, rispecchia l'identità contraddittoria di Palermo, della Sicilia, dell'Italia, della società. Una società fatta di persone che si amano ma che non amano, che odiano ma che non si odiano, e un luogo che è inferno, che è male, che è sofferenza, ma che è al tempo stesso tutto ciò che inferno non è: amicizia, collaborazione, passato, famiglia, sole. Attraverso la descrizione delle scene di città, bambini che giocano, bambini che prendono a calci un cane, fratelli che litigano, fratelli che si aiutano, adulti che proteggono, adulti che uccidono, la storia di Federico si srotola lentamente presentandoci gradualmente la sua vita e i suoi progetti per l'estate appena iniziata. Ma la vera storia, il vero interesse, non è per Federico, ma per Pino Puglisi, sacerdote che cammina tra le pagine con le sue grandi scarpe, senza far rumore ma lasciando le impronte. Vero protagonista non è l'uomo, non è il sacerdote, non è la battaglia contro l'inferno, è il principio che l'inferno si dilaga velocemente, ma può essere contenuto dall'idea che raccoglie tutto ciò che invece non è inferno, e che non ha un nome specifico perché raccoglie tanti elementi, i quali possono decidere, come gli uomini, di bastare a loro stessi, o possono legarsi l'un l'altro per creare un unico sentimento che li comprende tutti. Vera protagonista, potremmo allora dire, è l'idea di comunità, o forse ancora meglio, l'insegnamento dell'idea di comunità.
   La linearità del racconto procede piacevolmente attraverso l'alternarsi di punti di vista diversi che offrono alla stessa storia numerose angolature, fino a quando, quasi d'un tratto, si ha la sensazione che qualcosa sfugga di mano. Il male è contagioso e porta altro male. Ma la stessa logica vale anche per il bene. Tutto ciò che è tuttoporto è anche spasimo. La dualità che accompagna i concetti alla base del racconto non è mai netta, perché anche tutto ciò che inferno non è ha dentro di sé la parola "inferno".
   Che altro potrei dirvi? Potrei parlarvi della scoperta dell'amore da parte di Federico, di un amore che porta il nome di Lucia, dei riferimenti intertestuali che arricchiscono il libro, della circolarità del racconto che si chiude con una scena simile, ma diversa da quella iniziale. Potrei parlarvi dei dialoghi dallo stile colloquiale e della capacità di entrare nei personaggi nel discorso diretto, non affiancata da una medesima capacità di calarsi nei pensieri degli stessi, soprattutto dell'adolescente, che appare distante dalla realtà. O anche, poteri parlarvi di Pino Puglisi, di chi era veramente, di cosa ha fatto, di perché è centrale nel libro, ma mi rimetto - come sopra - ad un motore di ricerca. Ho deciso di parlarvi di quello che non c'è nel libro, ma dell'eredità che porta e che lascia. "Ciò che inferno non è" porta con sé un pezzo di storia, quella individuale, di un diciassettenne palermitano che si innamora, e quella comunitaria, di un gruppo di bambini di Brancaccio che apprendono i valori dello stare insieme, e infine quella Storia che prende i nomi di Falcone e Borsellino e che si intreccia alla storia delle singole vite e di tutta l'Italia. "Ciò che inferno non è" porta con sé una fetta di letteratura e riflessioni, gioco di erudizione mai casuale. Ma soprattutto, "Ciò che inferno non è" porta con sé la bellezza della conoscenza velata attraverso il ricamo di una storia, la capacità dell'insegnamento, come era quello di Pino Puglisi, attraverso un racconto rappresentativo, la sensibilità di comprendere valori e tematiche attraverso personaggi e luoghi. Tutto ciò, non c'è nel libro, c'è in me che mi ha lasciato il libro. Tutto ciò viene per mezzo del libro.





domenica 8 febbraio 2015

Valentina D'Urbano, Quella vita che ci manca

Autore: Valentina D’Urbano
Titolo: Quella vita che ci manca
Anno di pubblicazione: 2014
Casa Editrice: Longanesi
Pagine: 332

Trama
1990. Vent’anni e una vita alla Fortezza, il quartiere romano della malavita. Valentino, il più calmo e ragionevole dei suoi tre fratelli, vive con la madre, la sorella maggiore Anna, Alan, di 26 anni, e Vadim, che nonostante i suoi 24 anni è il più piccolo di tutti a causa del suo ritardo mentale. Figli di padri diversi, cresciuti da quello di Valentino ormai morto, i quattro fratelli sono uniti da un forte legame, quell’amore fraterno che si rivela anche tra i litigi e le parolacce. La vita alla Fortezza si trascina tra povertà, stenti e carcere, tra i tentativi illegali di sopravvivere e la quotidianità trascorsa tra le mura di casa.
Al racconto sulla famiglia Smeraldo, questo il cognome della madre che accomuna tutti i suoi figli, si intreccia pian piano quello di Valentino e Delia, una ragazza che piomba nella vita di lui da un giorno all’altro. Sette anni più grande, magra e spigolosa, laureata, di una bellezza che si scopre solo dopo qualche occhiata in più, di una bellezza che va oltre il grosso cappello di lana o i capelli corti e tagliati malissimo. Grazie a Delia, Valentino conosce finalmente l’amore, quell’amore crudo e profondo, dolce e carnale, che ti fa credere nella possibilità di una vita migliore. Eppure, alla sincerità dei sentimenti, si contrappone il senso del dovere nei confronti della famiglia e soprattutto la menzogna di una realtà che si fa fatica a condividere…

Opinione
“Quella vita che ci manca” è un romanzo che rivela la dolcezza dei sentimenti più puri, il legame familiare e l’amore tra uomo e donna, in maniera cruda, attraverso i gesti quotidiani privi di ogni idillio, che si fanno ancora più scarni in una realtà degradata come quella vissuta dai suoi personaggi. 
Il linguaggio rispecchia la crudezza della Fortezza e la sua essenzialità: non c’è bisogno di giri di parole e gesti eclatanti per dimostrare i sentimenti che non hanno bisogno di essere dimostrati ma che si rivelano da sé. Il binomio crudezza-dolcezza si fonde quasi in un unico stile, che accomuna trama e linguaggio.
Consapevole dei meccanismi narrativi, l’autrice ha misurato con precisione i momenti di tensione e quelli di pace, alternandoli e mischiandoli per attirare il lettore verso una fine piuttosto prevedibile, ma comunque piacevole.
Consiglio questo libro a chi conosce il significato di “una vita di stenti”, a chi ama la propria famiglia nonostante i difetti, a chi crede nella possibilità del cambiamento, a chi ha voglia di farsi cullare dalle pagine di una delle tante, ma sempre diverse, storie d’amore, per assaporare con una goccia di nostalgia e speranza quella vita che ci manca.