mercoledì 30 dicembre 2015

Alessandro Baricco, Novecento

Un romanzo storico? Una rassegna del secolo passato? Un'ambientazione temporale? No. "Novecento" è un nome di persona.

"Negli occhi della gente si vede quello che vedranno,
non quello che hanno visto".

Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, nato per caso su una nave e per caso con questo nome lungo, che del sangue blu, in realtà, non ha nulla, suona il piano sul transatlantico Virginian, imparando a danzare sulle note dell'oceano e diventando una vera e propria leggenda. La sua storia, che sarebbe annegata tra le acque se non fosse stata raccontata, viene salvata da un altro musicista con cui stringe una forte amicizia.

Poco voglio dire della storia, anche perché si tratta di un libro di una sessantina di pagine per cui i fatti non sono poi molti, mi preme più esprimere l'immensità che può essere sprigionata dall'essenzialità di poche righe. La scrittura di Baricco, essenziale appunto, in questa narrazione, che egli definisce una via di mezzo tra «una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce», riesce a coniugare al massimo pochezza di parole e infinità di significato.

Il sottotitolo "Monologo" preannuncia la presenza di un unico narratore, aspettativa infranta dalla capacità sorprendente di scindere il monologo tra due figure: narratore e protagonista. Quest'ultimo si appropria momentaneamente del monologo, della sua storia, per aggiungere il suo finale.

Novecento nasce, vive e muore su quella nave, desiderando solo una volta di scendere a terra per visitare il mondo, perché la curiosità di vedere quei posti tante volte raccontatigli o di camminare su un suolo a cui la nave attraccava, la curiosità di conoscere, insomma, si impossessa di lui. Ma come si fa a conoscere l'immenso? Immensità di luoghi, di strade, di volti...

Pubblicato nel 1994 e adattato al cinema da Tornatore col film dal titolo "La leggenda del pianista sull'oceano", "Novecento" è un libro assolutamente da leggere, da regalare, da conservare.

L'ho divorato una mattina, appena sveglia, ingoiandone ogni parola come la più inaspettata delle colazioni.

Non aggiungo altro, perché è davvero un libro che parla da sé, ma vi lascio al trailer della pellicola che ne è stata tratta, per ascoltare le parole del narratore.


giovedì 24 dicembre 2015

Alberto Méndez, I girasoli ciechi

    Primo e ultimo romanzo dello scrittore Alberto Méndez, “Los girasoles ciegos” (I girasoli ciechi) è una raccolta di quattro racconti accomunati da una stessa cicatrice, quella della guerra civile spagnola, che solca tanto la memoria collettiva quanto la narrativa spagnola dell’ultima metà del secolo. Una piaga che chi ha vissuto non potrà mai dimenticare e per questo motivo viene esorcizzata e rammentata con la cura della scrittura, che allo stesso tempo riaccende quella sofferenza per alimentare la consapevolezza del male nelle menti dei futuri cittadini.
    Più che soffermarsi sugli anni della guerra civile, l’autore descrive quelli del post-guerra, che hanno segnato l’inizio della dittatura di Francisco Franco. Ogni racconto porta nel titolo l’anno di riferimento e ha come protagonista uno dei tanti volti anonimi della guerra, quelli della gente comune: gli sconfitti, le ombre, i girasoli ciechi che cercano di sopravvivere al buio e a stento si trascinano in una vita senza sole. 
    I racconti che mi hanno fatto toccare con mano quella ferita ancora aperta sono stati il secondo e l’ultimo, intitolati rispettivamente:  Manuscrito encontrado en el olvido e Los girasoles ciegos, nome dell’intera raccolta, perché in esso confluiscono tutti.
  Le ultime parole ritrovate in una sorta di diario abbandonato vicino ad alcuni cadaveri riportano in vita l’autore di quelle righe, un giovane, un padre, un già vedovo, che accanto al corpo inanime della sua donna, cerca di sopravvivere al freddo e alla fame per poter prendersi cura del loro figlio, appena nato, senza un nome, senza un bacio, senza una carezza. Tanto secco e reale strazio descritto in prima persona e  riportato dalla voce del narratore che saltuariamente interviene per chiarire passaggi, assenze o pagine scritte in modo particolare. 
    Una vita al buio è anche quella dell’ultimo anonimo protagonista, costretto a vivere in un armadio perché datosi per morto pur di non dover morire realmente in quanto oppositore al regime. Ma può chiamarsi vivere il nascondersi in un armadio, il condividere la quotidianità di una famiglia a luce spenta e nel silenzio? 
   Certo, è un libro triste, tristissimo. Non si potrebbe documentare diversamente quel capitolo oscuro della storia. Ma quanta realtà in quella tristezza e quanta vita in quello smarrimento. 
Vincitore di diversi premi nazionali. E non poteva essere altrimenti.

Poster del film tratto dall'omonimo romanzo.

sabato 5 dicembre 2015

Banana Yoshimoto, Kitchen

"Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. 
 Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
 Anche le scintille incredibilmente sporche mi piacciono da morire."



  Comincia così il primo romanzo dell'autrice giapponese Banana Yoshimoto, pubblicato nel 1988: la confessione, in tutta la sua semplicità, di un amore per le cucine, pulite o sporche che siano. Un amore che nasconde in sé la nostalgia per una famiglia assente, da cui la protagonista Mikage Sakurai cerca di evadere rifugiandosi in quella stanza che in ogni casa è simbolo di calore: la cucina.
   Ricordando la malinconica e magica scrittura del Murakami di Norwegian Wood, questo libricino breve, dalla narrazione apparentemente lineare, sprigiona pagina dopo pagina l'alone di un'atmosfera trasognata che avvolge la protagonista, nonché narratrice, e Yuichi, un ragazzo che presto diventerà la sua nuova famiglia. Di fatti, rimasta sola, Mikage si trasferisce in casa del giovane ragazzo e della madre, entrambi vicini di casa della nonna scomparsa.
   Mikage e Yuichi diventano così fratelli, amici, potenziali amanti... uniti da un legame che fugge qualsiasi definizione, ma che ben presto si scontra con la necessità di essere definito per poter sopravvivere.


"I nostri sentimenti viaggiavano in un’oscurità circondata di morte, e stavano per affrontare una curva delicata tenendosi stretti. Forse, superata quella curva, avrebbero cominciato a separarsi prendendo strade diverse. In questo caso, saremmo rimasti per sempre solo amici."

   Diviso in tre parti (Kitchen, Plenilunio e Moonlight Shadow) il testo rivela tutta la sua ambiguità con l'avanzare della lettura, passando dalla trasformazione di Eriko, "madre" di Yuichi, fino al fenomeno Tanabata dell'ultimo racconto, “idea romantica di una rarissima occasione di incontro per due amanti separati”. Smarrimento, famiglia, sessualità, cambiamento, morte sono i temi principali che emergono, descritti con uno stile personale, orientato alla rivelazione degli stati d'animo tramite gli oggetti, le azioni e, potremmo dire, le antiche tradizioni riscoperte in chiave moderna.

   Sebbene non mi abbia colpito eccessivamente, è un libro da conoscere, testimone di una narrazione che, tra la tradizione orientale e quella occidentale, trova la sua originalità. 
Concludo con la frase che ho amato di più dell'intero libro, perché rispecchia la mia filosofia di vita:


"VOGLIO ASSOLUTAMENTE CONTINUARE A SENTIRE CHE UN GIORNO MORIRÒ. ALTRIMENTI NON MI ACCORDO CHE VIVO."

mercoledì 11 novembre 2015

Gordon Reece, Topi

Titolo: Topi
Autore: Gordon Reece
Anno: 2011
Casa editrice: Giunti
Pagine: 320

   Non sono io l'appassionata di thriller della famiglia, il titolo d'onore spetta a mia mamma, lettrice accanita di John Grisham (quanti anni avevo quando lessi "Il Cliente"? Tredici?), Dan Brown e simili, ma non è un genere che fuggo, anzi. 
   In "Topi", Gordon Reece, racconta la storia di due donne, madre e figlia, che hanno sempre vissuto la loro vita da topi - appunto - in trappola. La madre, abbandonata dal marito, lavora in uno studio legale lasciandosi sfruttare e mortificare dal suo datore; Shelley, invece, viene perseguitata a scuola da un gruppo di compagne "bullette" che si divertono a prenderla in giro e a farle scherzi sempre più pesanti, finché un giorno... qualcosa cambia.
   La voce narrante è quella della figlia Shelley, che racconta la loro vita da topi fino alla notte del suo sedicesimo compleanno, quando la rabbia e il dolore accumulati dai soprusi esplodono forse neanche troppo inaspettatamente.
   Il tema principale è quello della vendetta e, a tal proposito, mi ha colpito il riferimento alla celebre tragedia shakesperiana, Macbeth, che, sebbene di per sé banale, non aspettavo di trovare.
   Una lettura poco impegnativa e una storia coinvolgente!

lunedì 9 novembre 2015

Margaret Mazzantini, Nessuno si salva da solo

Gaetano e Delia, l'uno di fronte all'altra, a cena. Da fuori, una coppia come le altre, nel ristorante. Ancora piuttosto giovani, ma con poco da dirsi, se non sfogare le rabbie e le nostalgie e i sorrisi malinconici di un amore che si è scordato di loro, lasciandoli su quelle sedie, con le loro solitudini, a ricordare la forza che li ha uniti e a cercare un varco verso la possibilità di iniziare a camminare con le loro gambe. 
Una famiglia che si è sgretolata, raccontata dalla Mazzantini con asciutto realismo, senza compassione né risentimenti, senza illusioni né false speranze. Uno spaccato della vita dei due protagonisti colti in quel presente che li vede distanti, lontani dal futuro, inesistente, e dal passato, rievocato ma intangibile.


Tutto in una sera, una vita insieme nel tempo di una cena. Sebbene la costruzione dei personaggi sia sublime, ho percepito una certa superficialità nella narrazione, arricchita - raro caso! - dal film di Castellitto, che, dando un volto a quella storia, è riuscito a colpirmi ancora di più...


sabato 7 novembre 2015

John Fante, Chiedi alla polvere


"E così questa era la fine, la fine di Camilla e di Arturo Bandini; eppure, anche in quel momento, era come se stessi scrivendo, come se stessi registrando tutto sulla carta. Davanti agli occhi avevo il foglio dattiloscritto, mentre fluttuavo, sbattuto dalle onde, senza riuscire a raggiunge la costa, sicuro che non ne sarei uscito vivo."

Arturo Bandini si descrive da solo, con queste parole. Un ragazzo che non tocca il fondo con i piedi, in balia delle onde, nell'immensità e nell'impeto del mare. Si muove, eppure appare immobile; muore, eppure vive per la scrittura. Arturo Bandini è l'auto-creazione del non-mito: un don chisciotte moderno che crea se stesso senza eroismi. Arturo Bandini è un po' anche lo stesso John Fante. 
Uno scrittore alla ricerca della sua storia, un uomo alla ricerca del suo molo: il protagonista vaga nella realtà a stento per trovare parole da manipolare sui fogli, ma lasciandosi manipolare dalle storie che vive, per farsi oggetto stesso delle paroleArturo Bandini, incapace di equiparare il successo del suo esordio letterario, cerca l'ispirazione per un secondo romanzo, mentre "scrive la sua vita" e il suo amore per Camilla, una cameriera messicana. Ambizioso e alternativo, quanto insicuro e suscettibile al senso di colpa, per via di un'educazione religiosa impossibile da ignorare, Bandini-Fante è un ragazzo che vuole gridare al mondo la sua presenza, ma sembra gridare in silenzio.

Poco importa di che parola, "Chiedi alla polvere" è un libro che va letto, che va conosciuto, che va sfogliato con cautela. Le parole sono sassi, vanno pesate.
Il prologo al libro, illuminante, è stato posto alla fine dell'intero romanzo, ma non sarebbe sbagliato leggerlo anche all'inizio. Tutto parte e finisce da quel prologo.

"Così l'ho intitolato Chiedi alla polvere, perché in quelle strade c'è la polvere dell'Est e del Middle West, ed è una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere."

domenica 11 ottobre 2015

Kuki Gallmann, I dreamed of Africa (Sognavo l'Africa)

  Voglia di andare, partire, scoprire. Zaino in spalla, capelli sudati sulla nuca, scarpe da ginnastica e colori negli occhi che dipingono l'aria che si gonfia nel petto. Arancione il cielo, arancione l'attesa, arancione la musica che scegli come sottofondo allo spezzone di vita che liberi stringendo le braccia. 
Chi incontrerai, che farai, cosa vedrai non ha più importanza della consapevolezza che quello che sarà è imprevedibile, e l'ignoranza e l'incapacità di assumere il controllo, se delle volte è quello che ci ammazza, adesso è quello che ti elettrizza. 


Poche righe d'introduzione di pura invenzione dettate dalla mia idea del libro di Kuki Gallmann, "I dreamed of Africa". Condivido con l'autrice, di origine italiana, il sentimento di amore incondizionato verso qualcuno o qualcosa, verso l'Africa in questo caso, che, come una forza inspiegabile, l'ha spinta verso quella terra dove batteva già il suo cuore. Parla di déjà vu Kuki Gallmann, per descrivere il suo primo viaggio in Kenya, come se, non solo ci fosse già stata, ma quella fosse la sua vera origine. Una volta nella vita, si ha la fortuna e la sfortuna di sentire esplodere un'attrazione irrazionale per cui rinunciare o assoggettarvi causa pari dolore.

Nel suo libro autobiografico, l'autrice racconta il passaggio dalla vita in Italia a quella in Africa, regalando descrizioni dirette sulla cultura kenyana. La sua vita valeva la pena essere scritta: la decisione di trasferirsi in Kenya, la perdita del figlio ucciso dall'animale che più amava al mondo, la scomparsa del marito, la solitudine e la devozione e l'impegno per una terra a cui non doveva niente e che le ha tolto le persone che più amava. Ma l'amore è incondizionato e l'amore per il Kenya le ha restituito la pace, il sorriso, la rinascita...

Un libro adatto per scoprire una personalità forte come quella della scrittrice Kuki Gallmann e per avvicinarsi alla cultura kenyana, ma soprattutto adatto a chi sente esplodere in petto la curiosità e il perenne desiderio di esplorazione.


mercoledì 18 febbraio 2015

Alessandro D'Avenia, Ciò che inferno non è

Leggi un buon libro quando arrivi all'ultima pagina e vorresti prolungare quell'azzurro di parole in cui ti sei immerso, avanzando timoroso sotto l'arco della copertina. Sapendo di essere giunto su una nuova costa, forse una nuova isola nel mare dei pensieri, cerchi di rinfrescarti con le ultime gocce dei ringraziamenti, pur di impregnarti ancora di parole, bramoso di iniziare nuovamente il viaggio perché consapevole che questa volta, sotto l'arco, camminerai a passo deciso.
 Sai che qualcosa ti è sfuggito, sai che di tanta bellezza percepita è impossibile conservarla tutta e vuoi continuare a sprofondare nell'inferno di quelle pagine prima che il profumo di carta svanisca, prima che tutto ciò che inferno non è venga schiacciato dal peso del libro chiuso. Tentenni, temporeggi, ma qualcosa si è inevitabilmente perso. Eppure, sebbene non esista più nelle parole in sé e per sé, lo percepisci nell'alone di pensieri che ti avvolge, un alone di una pesante leggerezza kunderiana.
   Di questo romanzo, non voglio riportare la sinossi, né analizzare la struttura e lo stile. Non mi importa dire che il racconto è diviso in due parti, né elencare i personaggi. Non voglio dare delucidazioni sul contesto che accoglie lo svolgersi dei fatti, facilmente reperibili su qualsiasi motore di ricerca digitando, tra gli altri nomi, "Pino Puglisi". Di questo romanzo, dirò ciò che mi ha lasciato, racconterò non ciò che c'è, ma ciò che si disperde e viene raccolto in porzioni e in modi diversi da lettore a lettore. Di questo romanzo, non parlerò del mare che si intravede oltre i portici, né della bambola in primo piano, emblema di un'infanzia a cui una delle bambine del romanzo si aggrappa metaforicamente. Di quella scintilla di luce, o meglio di quell'insieme di minuscole scintille che creano un alone di luce intorno al pilastro destro, o ancora del contrasto tra l'idea della luce, intoccabile, informe e cangiante, e il pilastro, immobile, imponente e trascurato: di questo, parlerò. E per parlarne, come ci insegna Federico, allievo atemporale di Petrarca, bastano cinque parole. Le mie sono: pietra, deserto, voce, bianco, cerchio. (Parole che, come gli ossi di seppia, ci suggeriscono qualcosa altro. Parole che, per altri, saranno altre.)
   Senza essere pedante, se cercate delle informazioni precise e oggettive, le avrete: Palermo, estate 1993, Federico, protagonista, 17 anni. L'attenzione di Alessandro D'Avenia per l'adolescenza, come ammette direttamente nei Ringraziamenti, è centrale anche in questo suo terzo romanzo, dove l'età in bilico, l'età incerta, l'età di ricerca, rispecchia l'identità contraddittoria di Palermo, della Sicilia, dell'Italia, della società. Una società fatta di persone che si amano ma che non amano, che odiano ma che non si odiano, e un luogo che è inferno, che è male, che è sofferenza, ma che è al tempo stesso tutto ciò che inferno non è: amicizia, collaborazione, passato, famiglia, sole. Attraverso la descrizione delle scene di città, bambini che giocano, bambini che prendono a calci un cane, fratelli che litigano, fratelli che si aiutano, adulti che proteggono, adulti che uccidono, la storia di Federico si srotola lentamente presentandoci gradualmente la sua vita e i suoi progetti per l'estate appena iniziata. Ma la vera storia, il vero interesse, non è per Federico, ma per Pino Puglisi, sacerdote che cammina tra le pagine con le sue grandi scarpe, senza far rumore ma lasciando le impronte. Vero protagonista non è l'uomo, non è il sacerdote, non è la battaglia contro l'inferno, è il principio che l'inferno si dilaga velocemente, ma può essere contenuto dall'idea che raccoglie tutto ciò che invece non è inferno, e che non ha un nome specifico perché raccoglie tanti elementi, i quali possono decidere, come gli uomini, di bastare a loro stessi, o possono legarsi l'un l'altro per creare un unico sentimento che li comprende tutti. Vera protagonista, potremmo allora dire, è l'idea di comunità, o forse ancora meglio, l'insegnamento dell'idea di comunità.
   La linearità del racconto procede piacevolmente attraverso l'alternarsi di punti di vista diversi che offrono alla stessa storia numerose angolature, fino a quando, quasi d'un tratto, si ha la sensazione che qualcosa sfugga di mano. Il male è contagioso e porta altro male. Ma la stessa logica vale anche per il bene. Tutto ciò che è tuttoporto è anche spasimo. La dualità che accompagna i concetti alla base del racconto non è mai netta, perché anche tutto ciò che inferno non è ha dentro di sé la parola "inferno".
   Che altro potrei dirvi? Potrei parlarvi della scoperta dell'amore da parte di Federico, di un amore che porta il nome di Lucia, dei riferimenti intertestuali che arricchiscono il libro, della circolarità del racconto che si chiude con una scena simile, ma diversa da quella iniziale. Potrei parlarvi dei dialoghi dallo stile colloquiale e della capacità di entrare nei personaggi nel discorso diretto, non affiancata da una medesima capacità di calarsi nei pensieri degli stessi, soprattutto dell'adolescente, che appare distante dalla realtà. O anche, poteri parlarvi di Pino Puglisi, di chi era veramente, di cosa ha fatto, di perché è centrale nel libro, ma mi rimetto - come sopra - ad un motore di ricerca. Ho deciso di parlarvi di quello che non c'è nel libro, ma dell'eredità che porta e che lascia. "Ciò che inferno non è" porta con sé un pezzo di storia, quella individuale, di un diciassettenne palermitano che si innamora, e quella comunitaria, di un gruppo di bambini di Brancaccio che apprendono i valori dello stare insieme, e infine quella Storia che prende i nomi di Falcone e Borsellino e che si intreccia alla storia delle singole vite e di tutta l'Italia. "Ciò che inferno non è" porta con sé una fetta di letteratura e riflessioni, gioco di erudizione mai casuale. Ma soprattutto, "Ciò che inferno non è" porta con sé la bellezza della conoscenza velata attraverso il ricamo di una storia, la capacità dell'insegnamento, come era quello di Pino Puglisi, attraverso un racconto rappresentativo, la sensibilità di comprendere valori e tematiche attraverso personaggi e luoghi. Tutto ciò, non c'è nel libro, c'è in me che mi ha lasciato il libro. Tutto ciò viene per mezzo del libro.





domenica 8 febbraio 2015

Valentina D'Urbano, Quella vita che ci manca

Autore: Valentina D’Urbano
Titolo: Quella vita che ci manca
Anno di pubblicazione: 2014
Casa Editrice: Longanesi
Pagine: 332

Trama
1990. Vent’anni e una vita alla Fortezza, il quartiere romano della malavita. Valentino, il più calmo e ragionevole dei suoi tre fratelli, vive con la madre, la sorella maggiore Anna, Alan, di 26 anni, e Vadim, che nonostante i suoi 24 anni è il più piccolo di tutti a causa del suo ritardo mentale. Figli di padri diversi, cresciuti da quello di Valentino ormai morto, i quattro fratelli sono uniti da un forte legame, quell’amore fraterno che si rivela anche tra i litigi e le parolacce. La vita alla Fortezza si trascina tra povertà, stenti e carcere, tra i tentativi illegali di sopravvivere e la quotidianità trascorsa tra le mura di casa.
Al racconto sulla famiglia Smeraldo, questo il cognome della madre che accomuna tutti i suoi figli, si intreccia pian piano quello di Valentino e Delia, una ragazza che piomba nella vita di lui da un giorno all’altro. Sette anni più grande, magra e spigolosa, laureata, di una bellezza che si scopre solo dopo qualche occhiata in più, di una bellezza che va oltre il grosso cappello di lana o i capelli corti e tagliati malissimo. Grazie a Delia, Valentino conosce finalmente l’amore, quell’amore crudo e profondo, dolce e carnale, che ti fa credere nella possibilità di una vita migliore. Eppure, alla sincerità dei sentimenti, si contrappone il senso del dovere nei confronti della famiglia e soprattutto la menzogna di una realtà che si fa fatica a condividere…

Opinione
“Quella vita che ci manca” è un romanzo che rivela la dolcezza dei sentimenti più puri, il legame familiare e l’amore tra uomo e donna, in maniera cruda, attraverso i gesti quotidiani privi di ogni idillio, che si fanno ancora più scarni in una realtà degradata come quella vissuta dai suoi personaggi. 
Il linguaggio rispecchia la crudezza della Fortezza e la sua essenzialità: non c’è bisogno di giri di parole e gesti eclatanti per dimostrare i sentimenti che non hanno bisogno di essere dimostrati ma che si rivelano da sé. Il binomio crudezza-dolcezza si fonde quasi in un unico stile, che accomuna trama e linguaggio.
Consapevole dei meccanismi narrativi, l’autrice ha misurato con precisione i momenti di tensione e quelli di pace, alternandoli e mischiandoli per attirare il lettore verso una fine piuttosto prevedibile, ma comunque piacevole.
Consiglio questo libro a chi conosce il significato di “una vita di stenti”, a chi ama la propria famiglia nonostante i difetti, a chi crede nella possibilità del cambiamento, a chi ha voglia di farsi cullare dalle pagine di una delle tante, ma sempre diverse, storie d’amore, per assaporare con una goccia di nostalgia e speranza quella vita che ci manca.

sabato 17 gennaio 2015

Joël Dicker, La verità sul caso Herry Quebert

Anno di pubblicazione: 2012
Genere: Giallo
Pagine: 775

Trama
Giovane e già famoso, Marcus Goldman è uno scrittore che ha conosciuto il successo letterario con il suo romanzo d'esordio, ma che, alle prese con il secondo romanzo, vede smarrita l'ispirazione che gli aveva assicurato notorietà, soldi e favore di critica. Il tempo stringe e la data di consegna del suo nuovo libro si avvicina senza nessun progresso; mentre le luci dei riflettori si abbassano e pressione e preoccupazione iniziano a prendere il sopravvento, decide di rifugiarsi a Goose Cove, la tranquilla villa dell'amico, nonché celebre autore del capolavoro "Le origini del male", Harry Quebert. Sarà proprio qui, nella cittadina di Aurora, che ritroverà l'ispirazione, ma soprattutto sentirà la necessità di raccontare una storia vera e agghiacciante...
Il corpo della quindicenne Nola Kellergan, scomparsa trentatré anni prima dalla cittadina di Aurora, viene ritrovato proprio nella proprietà di Goose Cove, insieme al manoscritto originale dell'opera di Harry Quebert, contrassegnato dalla dedica "Addio Nola, tesoro mio". L'arresto del celebre scrittore Harry Quebert è pressocchè immediato.
Marcus Goldman, per scagionare colui che è stato suo mentore, suo professore universitario e di lezioni di vita, oltre che suo amico, inizia ad indagare in prima persona. Harry Quebert confessa di aver vissuto una storia d'amore con la ragazzina quando lui aveva già passato i trent'anni, una storia tenuta nascosta, per quanto possibile, agli occhi della gente.